Perché ci siamo dimenticati del Medioriente?

Sono settimane che non sentiamo più parlare della situazione in Siria e in Iraq. Le ultime notizie risalgono a quasi venti giorni fa. Agli inizi di novembre ogni testata giornalistica dichiarava l’esercito iracheno pronto alla battaglia finale per la presa di Mosul. Aiutati dai curdi peshmerga avevano iniziato a sfondare le linee difensive della città da est. Sembrava ormai cosa fatta, lo Stato Islamico pareva praticamente sconfitto. E poi silenzio.

Ciò che stupisce di più è che all’analisi dei fatti la presa della città è assai distante dall’essere già realizzata. L’esercito ha iniziato ad effettuare l’avanzata più di trenta giorni fa, partendo da circa 100 km di distanza e guadagnando terreno poco a poco, procedendo a passo lento fra i villaggi della periferia di Mosul, sorvegliati e guidati dall’aviazione e dai droni americani e con i peshmerga che spianavano loro la strada. Il Califfato dal canto suo ha più volte minacciato Iraq e Stati Uniti di utilizzare i quasi due milioni di abitanti di Mosul come scudi umani nel caso avessero provato ad avanzare ulteriormente. L’avanzata, quindi, procede lenta. Come si può evincere, la bandiera nera, anche se a stento, sventola ancora sulla città. Perché nessuno ci informa più sull’andamento della battaglia?

È molto interessante analizzare a questo punto una teoria chiamata agenda setting, sviluppata negli anni Settanta da Maxwell McCombs e Donald Shaw. Secondo questa ipotesi, i media ogni giorno sono chiamati a scegliere quali siano gli argomenti che possono assurgere a diventare di interesse generale per tutto il pubblico a cui si rivolgono. Stabiliscono quindi quali eventi sono “notiziabili” e quali no. Dal momento in cui diffondono un certo range di notizie, inducono l’opinione pubblica a prestare attenzione esclusivamente a esso, rendendo quindi nullo tutto il resto dell’orizzonte.

Fintanto che i giornali parlavano del conflitto in Siria, l’opinione pubblica sembrava coinvolta e in trepidazione. Dopodiché, nel buio dell’informazione, nessuno ha notato l’assenza di aggiornamenti sull’esito della battaglia. Nel mezzo, abbiamo avuto molto altro a cui prestare attenzione, le notizie sulla guerra sono state subito rimpiazzate dalle Presidenziali americane, che hanno visto uscire come vincitore il tycoon Donald Trump, l’anti-establishment, colui che sembrava sgradito anche ai suoi. Sbaragliando ogni previsione statistica e politica, ha suscitato notevole clamore. Telegiornali, talk show, social network traboccano di affermazioni, teorie e presunti sostenitori che – com’è ovvio – ora asseriscono di “averlo sempre saputo”. Il restante spazio è occupato dall’infinita bagarre sul referendum costituzionale del 4 dicembre. Il dibattito sembra essere ormai senza esclusione di colpi e ogni parte sembra fare uso di qualsiasi meccanismo -propagandistico, mediatico e politico- per affondare le ragioni dell’altra. Alla luce di questi stringenti avvenimenti, che spazio può trovare una guerra che avviene a migliaia di chilometri da noi, in un orizzonte culturale che ci risulta distante anni luce dal nostro?

Ancora, come possiamo spiegarci i toni entusiastici che apparivano sui telegiornali e sui nostri social network all’indomani dei primi attacchi a Mosul? Perché davano già per cosa fatta la riconquista della città?

I titoli sensazionalistici di qualche settimana fa fanno riflettere sul livello dell’interazione fra marketing e informazione. Le testate lavorano su ogni piattaforma per estendere il più possibile i propri contenuti. Un click separa il giornale dall’oblio alla notorietà. Nell’era digitale questo avviene in tempi quasi immediati. Al singolo utente si apre un ventaglio infinito di proposte di lettura su un medesimo argomento, e fra queste è chiamato a sceglierne una, quella che attira maggiormente la sua attenzione. E cosa desta più attenzione di un titolo che, seppur non dichiarando il falso, si discosta sensibilmente dalla realtà dandole una sfumatura “spettacolare”?

Siamo disposti sempre di più a sacrificare il vero in cambio del sensazionalismo, del colpo di scena. Chi non ricorda le immagini trasmesse all’infinito del piccolo Aylan affogato sulle spiagge del Mediterraneo? Oppure ancora il video di salvataggio di Omran sull’ambulanza che lo ha appena salvato da un bombardamento su Aleppo? Ci hanno sconvolto, eppure questo non è stato abbastanza per mobilitare a lungo termine l’opinione pubblica. Appena rimpiazzate da nuove notizie, queste immagini non sembrano significare più nulla. Siamo arrivati al punto in cui se qualcosa non è trasmesso, non esiste.

La ricerca spasmodica del sensazionalismo ha fatto in modo che si arrivasse perfino a trasmettere in live streaming una battaglia. La CNN e Al Jazeera hanno sfruttato i social per riportare in diretta le immagini provenienti dai tank iracheni che avanzavano verso Mosul, procurandosi molte migliaia di visualizzazioni. La guerra è entrata dentro casa nostra, sui nostri telefoni, in simultanea. La natura stessa della guerra è stata oggetto di una smaterializzazione senza precedenti, non sembra più così distante, eppure questo non riesce a smuoverci per più dei venti minuti di diretta Facebook.

Ogni buon proposito, ogni campagna di sensibilizzazione sprofonda nelle sabbie siriane, e sembra non esserci nulla che ci svegli davanti all’inesorabile annichilimento a cui siamo destinati.

Carola Mantini

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