Trump, ovvero il tempo della disobbedienza

L’8 novembre è avvenuto l’inaspettato: Donald Trump è stato eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. È una notizia che ci coglie alla sprovvista, che ci spiazza: reagiamo, come in lutto, tra negazione e accettazione, tra rifiuto della situazione che si è venuta a creare e l’augurio che alla fin fine non sia così terribile quello che è successo. Nei tempi duri che si aspettano dobbiamo però, come ci insegna Orazio, “recidere la speranza”: c’è il rischio, infatti, che sia successo l’irreparabile, che l’effetto Trump superi l’Atlantico per abbattersi nel vecchio continente producendo nei prossimi mesi, dall’Austria in inverno alla Francia in primavera, un enorme effetto domino. Ma anche se non dovessero vincere, come invece si dovrebbe temere, le forze più nazionaliste e identitarie in Europa, il vento che ha portato Trump al potere aveva già cominciato a soffiare forte, come mostrano le scelte politiche, dal muro sul Brennero allo Stato d’emergenza francese, dei governi socialdemocratici dei due paesi in questione.

È uno scenario inquietante che fa balenare nella mia mente un’immagine terribile, l’Europa sottomessa al Nazismo. Ma non credo che Trump sia banalmente fascista: la situazione, verrebbe da dire, «è grave ma non è seria». Il nuovo presidente degli Stati uniti ha, infatti, caratteri grotteschi, ridicoli: atteggiamenti che se da un lato ricordano certi aspetti del Mussolini al potere, dall’altro sono, come con Berlusconi, quelli che ci hanno spinto a non prenderlo davvero sul serio. Ma non diremo che Trump è fascista: troppo spesso, e non da oggi, ampliamo questo termine fino a strapparlo. Quello che dobbiamo avere chiaro è che Trump, come i nuovi nazionalismi europei, sono il nostro fascismo.

Sta cioè sorgendo un mondo in cui la logica degli eserciti, dei blocchi, diverrà legge, occupando militarmente la società, come avvenuto durante la Seconda guerra mondiale. È qualcosa a cui non siamo ancora preparati, ma che richiederà a tutto noi, nonostante la grande difficoltà, di scegliere: non il campo, non un semplice posizionamento però; si richiedono invece scelte che vadano alla radice, che riescano a stare dentro le macerie del vecchio mondoPerché, è vero, il nostro mondo sta crollando. Il Novecento ci insegna che le crisi generano mostri, ma bisogna capire di che crisi si sta parlando. L’impoverimento, insieme però alla questione di genere, ha avuto una parte importante nell’elezione di Trump, ma, come ci mostra l’Europa, è la crisi del nostro mondo a far tornare, come erroneamente non credevamo possibile, frontiere, muri, identitarismi. È alzando muri che infatti che parti della popolazione statunitense hanno reagito alla vittoria del candidato repubblicano, diffondendo atti e messaggi d’odio, che ci mostrano un futuro che non vorremmo vedere: dalle scritte sui muri – “make America white again” – accompagnate da svastiche, agli atti anche violenti contro le minoranze etniche e i gay. È una prospettiva da brividi, confermata dalla nomina “in alto” di Stephen Bannon, estremista di destra, per un ruolo chiave della Casa Bianca.

Se questa è la diagnosi di un Occidente in crisi profonda, qual è la cura? All’innalzamento di muri, alla paura della diversità, dovremo reagire diluendo i confini, lavorando per ampliare gli «spazi meno intensamente colorati»: servirà tessere luoghi di convivenza e incontro, come, ad esempio, si prova a fare a Padova, facendo raccontare ai migranti la storia delle loro vita, con l’esperienza Valide alternative per l’integrazione. Perché solo mettendo insieme e facendo parlare chi si teme, perché spesso non si conosce, si può sperare, a lungo termine, che la situazione non peggiori fino al punto di non ritorno. Ma sono purtroppo spazi che immediatamente non saranno in grado, come mostrano le aggressioni statunitensi, di fermare la barbarie che verrà: cosa possiamo allora fare fin da subito?

Monica Bonacina, Tempi Bui, via www.monicabonacina.com

Monica Bonacina, Tempi bui, via www.monicabonacina.com

In un contesto del tutto opposto, quello dell’arricchimento e del consumismo del boom economico, Luciano Bianciardi ragionava in un modo che ci parla anche nei tempi bui che stiamo vivendo. Il traduttore anarchico scriveva: «occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre», in una parola che impari a disobbedire. In questi tempi bui quello di cui abbiamo bisogno è di tanti, piccoli grandi individuali e collettivi atti disobbedienza civile, contro chi ci chiede di essere violenti e indifferenti nei confronti delle persone diverse da noi.

Sono gesti, però, che non vanno immaginati come fossero atti eroici, sovraumani: una volta che saremo nella situazione sapremo come fare, nella consapevolezza che sarà una guerra di lunga durata e che restare vivi rimarrà l’obiettivo principale per farsi trovare pronti la volta successiva. Ma c’è qualcosa di più. Il nostro mondo in transizione ci chiede di essere più spietati, di “imparare a sorridere mentre uccidiamo”. Ma siamo sicuri che la risposta sia sempre quella che si aspettano “in alto”? E se ci chiedessero, come nel “gioco”, di buttare dalla torre «l’amore della nostra vita, nostro nonno, una sorella piccola» siamo sicuri che lo faremmo? La storia potente, che un caro amico del Movimento nonviolento di Roma mi ha fatto scoprire, ci aiuta a rispondere di no: una ragazza, arruolata come kamikaze dai terroristi islamici di Boko Haram, rinuncia, perché teme di uccidere il proprio padre nella folla. È lo stesso che ho imparato l’estate scorsa in una terra difficile come quella di Bolzano: una donna bosniaca, Irfanka Pašagić, mi insegnò che anche nel caos, tra gli odi di una guerra, si può essere attivi, fare la differenza.

Mentre il vento di Trump già soffiava, questi semi, per lo più ignorati, già germogliavano, ad esempio in Danimarca, come ci racconta il bel pezzo di Comune-info.net: cittadini che, dopo l’ignobile legge sul sequestro dei beni dei migranti, rendono finalmente omaggio alla loro grande storia durante la Seconda Guerra mondiale. Perché la storia semina, anche se non sempre riusciamo a vederlo: come durante la Shoah l’azione diffusa di tanti cittadini danesi e non è riuscita, con la resistenza nonviolenta, a salvare moltissimi ebrei, oggi in Danimarca si praticano forme di disobbedienza civile per aiutare i migranti a raggiungere clandestinamente la Svezia. Alcuni degli attivisti sono stati processati, anche se poi prosciolti, per aver violato le leggi locali: disobbedienza civile va intesa in senso stretto, anche perché oggi le leggi possono, in alcuni casi, essere dalla “nostra” parte, ma se i nazionalismi andassero al potere in Europa lo scenario cambierà radicalmente.

In questo lungo cammino dovremo, infine, cercare compagni e compagne di strada. Avremo assoluto bisogno delle donne, come quelle danesi africane bosniache citate, cioè della femminilizzazione dell’agire politico. Trump ha infatti vinto una battaglia campale nella guerra fra i sessi, una guerra globale che si combatte dalla Rust Belt statunitense al Kurdistan in lotta contro le bandiere nere del Daesh: uno scontro spietato in cui i maschi, consapevoli dei “territori” persi, agiscono con spietatezza che sembra mai vista. Saranno nostre compagne di strade perché, nella storia, sono sempre state le donne a portare l’acqua: ed è dell’acqua di tante di loro che avremo bisogno per far crescere, mentre soffiano i venti di guerra, i semi della disobbedienza.

LC

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