“Il gioco d’azzardo è un problema che riguarda tutti”

88,4 miliardi di euro. Questo è il fatturato del gioco d’azzardo italiano, secondo gli ultimi dati forniti dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, durante un’interrogazione parlamentare del maggio scorso, presentata da due deputati di Sinistra Italiana (Giovanni Paglia e Stefano Fassina). Cifra allarmante e sintomatica di come il fenomeno riesca a innescare un business che si autoalimenta, troppo spesso sottovalutato per le sue conseguenze. A molti di voi sarà capitato di entrare in un bar e notare delle persone intente a bere molti drink alcolici. Oppure, trovarsi in luoghi pubblici e vedere persone intente ad assumere sostanze stupefacenti. In entrambi i casi, potremmo sentirci poco rassicurati dalla visione di queste scene. Preoccupati per le sorti di questi individui, intenti a “dissipare la propria vita nel modo peggiore”. Quando invece ci troviamo vicino a una persona che sta giocando “in maniera responsabile” ai celebri “Gratta & Vinci”, acquistandone uno dopo l’altro – a seguito di vincite “sontuose”- difficilmente abbiamo la stessa reazione dei due casi precedentemente descritti. 

In Italia abbiamo una scarsa consapevolezza del gioco d’azzardo e delle sue implicazioni sociali. Per questo, nella speranza di fornire qualche spunto interessante, abbiamo pensato di intervistare Marco Dotti, curatore (assieme a Marcello Esposito) di “Ludocrazia. Un lessico del gioco d’azzardo” (O barra O Edizioni), testo pubblicato nel maggio scorso.

Marco Dotti insegna Professioni dell’editoria presso l’Università di Pavia e collabora al magazine Vita. Autore di diversi saggi, tra le sue pubblicazioni possiamo annoverare: “Slot city. Milano-Brianza e ritorno (RoundRobin, 2013), “Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana” (ObarraO, 2013) e “No slot. Anatomia dell’azzardo di massa (Feltrinelli Zoom, 2013).

Marco Dotti

Marco Dotti

Da cosa nasce l’idea di scrivere “Ludocrazia”?

In Italia, i discorsi sul gioco d’azzardo sono molti. Quasi sempre, però, sono stati declinati alla cronaca. La cronaca agisce su un impulso d’emergenza, dedicando scarso spazio al fenomeno.

Spesso l’analisi del problema si riduce alla declinazione clinico- medica. Essa non aiuta a comprendere il fenomeno, privandolo di un processo storico che c’è stato. Si parla del gioco d’azzardo come fosse sempre esistito. “Ludocrazia” nasce con l’idea di dare uno spessore multidisciplinare al fenomeno, senza tuttavia avere la pretesa di essere un testo definitivo sull’argomento.

Secondo lei perché si parla poco del gioco d’azzardo? Si tratta di un fenomeno diffuso in grado di muovere quasi 90 miliardi di euro.

Il giro d’affari è diffuso su più strati della popolazione. Il gioco d’azzardo non è più recluso in determinati circuiti. Il fenomeno si può notare ogni giorno e quasi ovunque (la presenza della “macchinette” sul suolo nazionale è pervasiva n.d.r.). Il gioco d’azzardo è mediato tecnologicamente, attraverso metodi sofisticati. Perché non si è prestata l’attenzione dovuta? Un’attenzione c’è stata: da parte dei grandi investitori, interessati al business che si cela dietro al gioco d’azzardo. Anche se ora, va detto, la situazione è migliorata. Comincia a esservi una critica sociale, svolta da personalità libere che si rendono conto delle conseguenze sociali e pericolose del gioco d’azzardo.

Molte persone trovano una “fuga dalla realtà” nel gioco d’azzardo. Con evidenti rivolti psicologici.

Questo aspetto fu già esaminato da Matilde Serao nei suoi famosi articoli, confluiti nell’opera “Il Ventre di Napoli” Lei esaminava già la “fuga della realtà” nel gioco del lotto, con risvolti antropologici importanti. La scrittrice notava come il gioco non fosse soltanto una prerogativa dei ceti sociali meno abbienti o più “disperati”. Oggi, la fuga dalla realtà è potenziata dalla mediazione tecnologica. Il fenomeno riguarda tutti, anche le persone ritenute “più normali” da parte dalla società. L’utilizzo di colori precisi e alcuni algoritmi alla base dei videopoker, per esempio, aiutano ad aumentare la dissociazione dalla realtà. Bisogna chiedersi che cosa spinge queste persone a giocare sempre di più. Vi sono stati casi di cronaca che raccontano di persone portate alla violenza dal gioco d’azzardo. Finché il caso rimane al singolo o delimitato a quartiere, non dobbiamo spaventarci. Anche se ovviamente, non si tratta di fatti da sottovalutare con troppa faciloneria. 

Il discorso del fenomeno di massa dei giochi d’azzardo si può legare a una sfiducia abbastanza generalizzata nei propri mezzi per realizzare i propri obiettivi?

Questo si lega all’effetto narcosi del gioco. Affidare il proprio destino alla sorte è un messaggio economicamente dissipativo e falso. Oggi, si vince poco, in realtà. Vengono portati avanti dei disvalori, con effetti nocivi per il lavoro e sui consumi. Il fatto che il gioco d’azzardo venga inserito dall’ISTAT tra i consumi culturali al pari delle spese in libri, ci deve far riflettere. Dobbiamo insistere sul contrasto del gioco d’azzardo.

Quali iniziative possiamo adottare? Mesi fa mi è capitato di leggere la notizia di un barista che decide di sostituire i videopoker del proprio locale con una libreria.

Possiamo agire nelle micro realtà, nelle situazioni piccole. È importante portare degli esempi. Ci sono gestori dei bar che chiedono aiuto. Molti tentano di liberarsi dei videopoker, a causa di guadagni bassi (finiscono in gran parte alle multinazionali n.d.r. ). E, soprattutto, questi mezzi intaccano il tessuto sociale. Dobbiamo capire che è un problema che ci riguarda tutti. Possono generarsi forme interessanti di legami. Ad esempio, la marcia podistica “Run to win. In corsa contro l’azzardo”, tenutasi recentemente a Longiano (Forlì- Cesena) Bisogna impegnarsi con tutte le cose in grado di alzare il livello di consapevolezza e criticità del problema, in grado di far riflettere e “accendere la spina”. Ricostruire il tessuto sociale su realtà locali è possibile concretamente. Siamo tutti esposti a questa cosa. Bisogna fare reportage di pensiero, come direbbe Foucault. Quello che ha fatto con i suoi scritti la Serao, può aiutarci.

Non è che in Italia – dato che siamo il primo mercato del gioco d’azzardo in Europa – abbiamo difficoltà ad accettare maggiormente la realtà?  

È un problema grosso, ci sono delle responsabilità. Dobbiamo fare i conti con gli ultimi trent’anni di storia del nostro paese, con le logiche che hanno spinto a “liberare” il gioco d’azzardo. Non vogliamo fare i conti con il nostro passato per non fare i conti con il nostro presente. Dobbiamo fare uno sforzo per comprendere questi problemi, anche attraverso la storia. La storia potrebbe dare un’immagine precisa al decisore politico, in questo modo. Un’immagine contenente precise responsabilità e manchevolezze del decisore politico.

Può essere utile riflettere sulla dicotomia proibizionismo/antiproibizionismo proposta anni fa da Norberto Bobbio ?

Può essere interessante ragionare sulla dicotomia – proibizionismo/antiproibizionismo. Secondo me oggi non ha a che fare con il gioco d’azzardo. A causa della mediazione tecnologica, sono saltati i ragionamenti dell’ordinamento italiano volto a dare una logica contenutiva. Da 30 anni a questa parte, tutto è sotto il controllo del Ministero dell’Economia, senza più logiche contenutive. Il business che ruota attorno al gioco d’azzardo, senza nessuna logica contenutiva, è gigantesco per le imprese del settore. Non vi sono “freni inibitori” per questo tipo di attività. È un business invasivo, in grado di arrecare danni alla collettività. I risultati e le conseguenze sociali poi si vedono. Alcune cose sono nocività in sé. I risvolti del gioco sono tanti e intaccano, ad esempio, il diritto alla salute. Molti citano l’art 41 della nostra Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera”. Spesso ci si dimentica che cosa afferma il secondo comma: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Riccardo Pieroni

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