Perché votare Sì al referendum che inaugura la Terza Repubblica

E’ abbastanza palese che questo 2016 sia stato un anno topico per la politica: è stato l’anno testimone della fine di un’epoca, per molti versi, di transizione. Il 2017 in arrivo, invece, inaugura ufficialmente l’inizio della Terza Repubblica d’Occidente. Battezzarla “giornalistica” sarebbe troppo per questa definizione stiracchiata e ciarlatana, ma le semplificazioni aiutano a capire e la situazione – sempre siano lodate le citazioni made in Andreotti – è decisamente complessa. Urgono schemi e disegnini, come per le interrogazioni di greco: senza non si andrebbe molto lontano e, sopratutto, si voterebbe al referendum del 4 dicembre in base al sentimento di simpatia o antipatia per il premier.

Scommetto che anche nel caso dei più bravi, quindi di chi è riuscito a guardare fino alla fine gli incontri-scontri da Mentana e a leggere una percentuale, anche solo minima, della tonnellata e mezzo di editoriali e analisi pubblicate in questi mesi, l’idea che ci si è fatti sul merito delle riforma è arruffata. Arruffata per forze di cose, ché valli ad interpretare tutti quei linguaggi cavillosi e quei comma azzeccagarbuglianti del testo di legge. Io non ci sono riuscito, a un certo punto ci ho rinunciato. E ho deciso di votare sì per ragioni d’istinto politico (ammesso che ne abbia), seguendo un filo rosso storico che non credo di essere l’unico a vedere. Terza Repubblica d’Occidente, dicevamo. Ebbene sì, sto applicando una definizione storico-giornalistica dell’evoluzione istituzionale italiana ad un intero blocco geo-politico del globo. Azzardato? Può darsi, ma seguite il discorso e vediamo di capirci.

La distinzione tra Prima, Seconda e Terza Repubblica, in Italia, è abbastanza fumosa, almeno dal punto di vista giuridico-costituzionale: la Carta è la stessa del 1947, fatte salve le poche e poco incisive riforme che si sono susseguite negli anni. E’ evidente e cristallina, invece, sul piano pratico-sostanziale. Per chi apprezza la precisione storica, possiamo far durare la Prima Repubblica dal 2 giugno 1946, giorno in cui la maggioranza degli italiani preferì la Repubblica parlamentare alla Monarchia Sabauda, al 29 aprile 1993, quando il governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi inizia a traghettare l’Italia dei mille partiti dalla Guerra Fredda alla “fine della storia” di Fukuyama: è l’inizio del bipolarismo liberal-democratico degli anni ‘90 e 2000.

30/09/2016 Roma, Trasmissione televisiva Si o No. Nella foto Matteo Renzi, Enrico Mentana e Gustavo Zagrebelsky

In Italia è più evidente che altrove, i referendum di Mariotto Segni e l’adozione di un sistema elettorale maggioritario calcano la mano sul cambiamento, tutti i leader politici e i partiti del passato scompaiono, la sinistra cambia nome e si “moderatizza” mentre la destra si coagula attorno a Berlusconi, il wannabe Reagan nostrano. Sembra l’apocalisse della modernità in salsa italica. In realtà sta succedendo un po’ ovunque. In Inghilterra i laburisti di Tony Blair sono più devoti a Margaret Thatcher che a Clement Atlee, in Germania il Neue Mitte di Gerhard Schröder inaugura la terza via tedesca e in Francia il Partito Socialista post-Mitterand si apre sempre più a centristi e indipendenti liberali.

Il periodo che in Italia identifichiamo come “Seconda Repubblica” è in realtà un periodo di assestamento che tutto il mondo occidentale sperimenta, una sorta di convalescenza dalle rigidità ideologiche imposte dalla Guerra Fredda. Non è destinato a durare, il riallineamento politico è dietro l’angolo. L’inizio della Terza Repubblica, d’Italia e d’Occidente, porterà con sé la nuova e fondamentale distinzione politica della nostra epoca: fautori della società globale contro fautori delle società nazionali.

Stephen Davies, storico dell’economia, lo sostiene da tempo: stiamo tornando ad una situazione simile a quella precedente le due guerre mondiali, quando più o meno ovunque un polo liberal-liberista si opponeva ad un polo conservatore e protezionista e il sistema era ideologicamente bombardato dagli “outsider” più o meno innocui. In Italia avevamo da un lato i social-comunisti, con ottime intenzioni e pessime idee, dall’altro i Fasci di combattimento, con pessime idee e pessime intenzioni.

Ciclica o progressiva che la consideriate, la storia qualcosa insegna: una certa ipocondria politica, secondo chi scrive, è in realtà meno dannosa di un atteggiamento di sedicente autoimmunità della democrazia agli sbandamenti del potere. Se mi sbaglio, dunque, tanto meglio, ma preferisco essere prudente. L’evoluzione della politica è l’evoluzione degli equilibri di governo, il che, in definitiva, è l’evoluzione della storia. Un buon medico guarda sempre alla cartella clinica di un paziente prima di interpretarne i sintomi, quindi ecco una carrellata-memorandum degli eventi a cui abbiamo assistito in Occidente negli ultimi anni

La malattia della Seconda Repubblica d’Occidente inizia a mostrarsi per quello che è negli Stati Uniti, dove i movimenti di Occupy Wall Street e del Tea Party interpretano un malessere generale e diffuso tanto a destra quanto a sinistra dello spettro politico. Progressivamente il virus si diffonde a macchia d’olio anche in Europa, in parallelo con una crisi economica senza precedenti che nasce al di là dell’Atlantico ma investe in maniera molto più massiccia il Vecchio Continente.

Il neonato patto consensuale per un’Europa unita a trazione socialista-popolare inizia a sfaldarsi, lo status quo fiscal-monetario che aveva garantito benessere per i primi dieci anni dalla nascita dell’UE viene messo in discussione e proprio le forze “progressiste”, fautrici di quello status quo, si ritrovano ad arroccarsi in una difesa sorda e conservatrice del sistema. In Italia lo schieramento internazionale si fa particolarmente prepotente e destituisce l’ultimo governo Berlusconi in nome della stabilità economica: tra il 2011 e il 2013 Mario Monti svolge la stessa funzione di Ciampi a suo tempo, accompagnando un paese martoriato da dieci anni di scandali e malgoverno a nuove elezioni. Il nostro fragile sistema politico, come già in passato, per sopravvivere si appoggia alla stampella dell’austerity burocratica. Questo accelera e accentua i sintomi della malattia, che da noi, per certi versi, si vedono prima che nel resto d’Europa.

Alle elezioni del 2013, contro ogni previsione, il partito più votato è il Movimento 5 Stelle, un concentrato di legittima rabbia anti-sistema che si declina in euroscetticismo di maniera, protezionismo da scuola okkupata ed ecologismo da discount. Mentre i grillini conquistano terreno, il sistema politico così come lo si era conosciuto sino ad allora collassa. Si salva – per modo di dire – soltanto il Partito Democratico, che galleggia sulla zattera del nuovo centrismo all’italiana capitanata da Matteo Renzi. La situazione non è molto diversa da quella tedesca, dove la cancelliera democristiana Angela Merkel consolida a governo di sistema la sua Grande Coalizione con i socialdemocratici, ridotti all’irrilevanza ideologica.

I flussi migratori di chi fugge dall’implosione medio-orientale fanno vacillare il consenso per la politica dei confini aperti di Frau Merkel. Intanto l’AFD, un movimento nazionalista anti-Europa, inizia a corrodere consensi alla sua destra, arrivando a superare la CDU alle elezioni regionali in Meclemburgo. In Francia il Front National di Marine Le Pen cresce e impara le buone maniere, espelle l’antisemitismo infantile e volgare di Le Pen padre e si struttura a partito di destra sociale e nazionalista papabile per la presidenza del 2017. Il tutto mentre fa le pulci al disastrato Hollande che, per fronteggiare gli attacchi terroristici e l’isteria anti-islamica che ne deriva, fa la voce grossa senza riuscire a risultare credibile.

In Inghilterra la nostalgia per lo splendido isolamento che fu si fa più forte che mai e a pagarne le spese è il premier Cameron, che con la sua trasformazione “progressista” del partito (sì al matrimonio gay, istruzione più inclusiva, minor scetticismo ecologista…) aveva svuotato di senso l’esistenza stessa del New Labour. Mentre i – pochi – Tories eurofili si apprestano a perdere il referendum del 23 giugno sulla Brexit, la base del partito laburista si allarga a sinistra ed elegge come leader Jeremy Corbyn, un sessantottenne sessantottino (LOL) che parla di nazionalizzare le ferrovie e infiamma platee di giovani idealisti con la maglietta del Che. Ma non quelle dei sobborghi dello Yorkshire, tutti tagliaerba e barbecue parcheggiati in veranda, dove gli elettori contano numericamente di più: il Regno Unito non è la Grecia, la disoccupazione è ai minimi storici e metà paese vota conservatore. Last but not least: l’elezione di Trump negli USA, su cui abbiamo tutti già letto analisi e commenti a nastro, per cui non vale nemmeno la pena di aprire la parentesi.

renzi

E’ in questo nuovo consolidamento di ideologie, in questa tettonica a placche della politica, che si inserisce il referendum costituzionale del 4 dicembre. Chi sostiene che si tratti di un voto di poca importanza sbaglia i suoi calcoli o è intellettualmente disonesto. Chi ci informa che nel caso in cui prevalessero i No non si assisterebbe all’apocalisse dice bene, ma manca il punto della questione. Le conseguenze negative si avrebbero eccome, ma non sarebbero necessariamente legate alla mancata modifica di un certo numero di articoli della Costituzione.

Sono sinceramente convinto che molti aspetti della riforma, presi di per sé, siano positivi: il riaccentramento di certe competenze che molte regioni non hanno mai tenuto in conto, come il finanziamento del diritto allo studio, è un esempio. Così come lo è la presenza in Senato di persone elette specificamente per rappresentare gli interessi della propria regione. E sì, queste persone sarebbero elette direttamente dai cittadini e poi votate dai consiglieri stessi per andare in Senato. Smettiamola con la bufala à la Travaglio dei senatori “piovuti dal cielo”, l’intero nostro apparato statale è pieno di gente eletta in secondo o terzo grado, gente che prende decisioni di peso per la vita dello Stato e su cui nessuno ha mai detto nulla: Presidente della Repubblica, Giudici costituzionali, Consiglio Superiore della Magistratura, Amministratori delegati e Presidenti delle aziende a capitale pubblico…e l’elenco potrebbe proseguire.

C’è poi l’introduzione di nuove, seppur lievi, forme di partecipazione politica diretta: obbligo per il parlamento di votare le leggi di iniziativa popolare, abbassamento del quorum per i referendum con almeno 800.000 firmatari, istituzione del referendum consultivo. Proseguendo con l’elenco troviamo il pantheon delle ragioni prettamente piddine per il sì. La vulgata include: abolizione del CNEL; riduzione dei costi della politica (che lavoce.info stima a 140 milioni dopo due anni, 160 a regime); governo “più stabile” con voto di fiducia soltanto alla Camera – su questo bisognerà vedere se la capricciosa minoranza dem riuscirà a stravolgere l’Italicum – ecc.

Non sono queste le ragioni principali che dovrebbero indurre la maggioranza degli italiani a dire sì alla riforma, tuttavia. Il cambiamento proposto è piuttosto mediocre, per molti versi macchinoso. Dovendo dare un voto, il mio pur profano e partigiano giudizio sarebbe quello di una sufficienza e nulla di più: si poteva fare di meglio, si poteva pensare più in grande (l’hanno già detto in tanti). Eppure è ovvio che il governo attuale, e chi lo guida, perderebbe ogni legittimità nel momento in cui il principale progetto politico su cui ha basato il proprio mandato venisse bocciato dagli elettori: se vince il No Renzi deve dimettersi, senza se e senza ma.

Al massimo potrebbe guidare un governo di transizione, ma è quasi sicuro che al successivo congresso del Partito Democratico, in caso di sconfitta, verrebbe sfiduciato nel suo ruolo di segretario. E a quel punto, dunque, a che titolo rimanere in sella? Davvero non vedo reali alternative. Pur sforzandomi, non riesco a pensare a quali altre persone, in Italia, oggi, possano guidare un governo nella direzione che io considero ottimale. E che credo molti della mia generazione condividano.

Noi millenials siamo fortunati: siamo nati e cresciuti in un’epoca di apertura, di modernizzazione e di libertà. Un’epoca imperfetta, certo, ma che rispetto a quella dei nostri genitori, per non dire dei nostri nonni, offre infinite e più opportunità, perché è l’epoca dei ponti levatoi abbassati (copyright The Economist). Non voglio scadere in una retorica pateticamente gramelliniana, per cui troncherò qui il mio elogio romantico della globalizzazione. Però è di questo che si tratta. Panebianco dice bene quando traccia la distinzione tra il No dei Cinque Stelle e quello di tutti gli altri: il movimento di Grillo è l’unico ad offrire una reale alternativa al dopo-Renzi, un’alternativa che io giudico pessima perché indulge troppo sulla ricerca del consenso incazzato, trascinandovi tutti i propri competitors.

Alessandro Di Battista, deputato del Movimento 5 Stelle, ospite alla trasmissione "Le invasioni barbariche" condotta da Daria Bignardi su La7, Milano, 31 gennaio 2014. ANSA / MATTEO BAZZI

La società immaginata da GigginoDiMaio&Co non è particolarmente intollerante o chauvinista come quella proposta dai vari Trump e Le Pen, ma nell’esatto istante in cui si inizierà a costruirla finirà inevitabilmente per assomigliarvi. Se si decide di alzare i ponti levatoi del castello ci si ritrova a dover giustificare la presenza di ognuno all’interno delle mura, tracciando distinzioni che non si sarebbero volute tracciare. La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni (cliché) e il Dibba – me la prendo con lui per sineddoche, non per altro – è un uomo di buone intenzioni, un po’ come i comunisti di un tempo: se ne è avuta la prova nell’intervista a tre con Scalfari e la Gruber. La malignità di questo bravo ragazzo, per quanto inconscia, sta nelle idee di cui è portabandiera: giustizialismo degli scontrini, anti-intellettualismo qualunquista e complottismo delle scie chimiche. Il tutto in una cornice slow-foodiana di nazionalismo economico. In una sola parola oggi forse un po’ inflazionata: populismo, della peggior specie.

Il governo attuale, deplorevole sotto molti aspetti, è l’unico che pur goffamente abbraccia l’idea di una società aperta, pluralista, liberale. Non riesco a immaginare, né tanto meno auspico, una formazione alla Corbyn-Podemos, capitanata da un Diego Fusaro, o chi per lui, alla guida del nostro paese. Lo stesso vale per la destra di Salvini o di quel che rimane di Forza Italia, attualmente alle prese col problema tutto interno dell’eredità dinastica. Questo perché non ha mai realmente superato il suo peccato originale, cioè quello di essere una ridicola armata brancaleone di soubrettes e post-fascisti. Niente di più.

L’alternanza destra-sinistra è ufficialmente finita, andate in pace. Il trade-off politico del XXI secolo è tra globalisti e nazionalisti. Amen, scegliete da che parte stare. Bocciare la riforma costituzionale significa bocciare il governo. Bocciare il governo significa promuovere i 5 Stelle e il modello di società da loro proposto, perché di alternative all’alternativa del governo renziano – chiedo venia per il gioco di parole – non ce ne sono. Non oggi almeno, domani speriamo proprio di sì. Bocciare la riforma, insomma, significa entrare a pieno regime nella Terza Repubblica d’Occidente con lo scudo alzato, al fianco dell’America Trumpista, dell’Inghilterra della Brexit, della Francia (possibilmente) Lepenista etcetera, etcetera, etcetera. Chi è in grado di smentirmi parli ora o taccia per sempre. E nel caso voti Sì.

Tommaso Alberini

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