Credo sia necessaria una premessa. Chi scrive non è preda di un attacco di bile che gli farà vomitare le prossime righe contro coloro che la pensano diversamente da lui. Ha vinto il No e il risultato che è emerso dalla consultazione popolare deve essere accettato. Siamo in democrazia e nella giornata di oggi la democrazia italica ha preso una bella boccata d’aria: il 70% scarso di affluenza è un dato confortante, specie se si vanno a guardare le percentuali delle ultime tornate elettorali. Ma non posso esimermi dall’esprimere l’amarezza di chi, in questo referendum costituzionale, aveva visto un’ottima occasione. Un’occasione che difficilmente tornerà in tempi brevi, un’occasione che gli italiani hanno sprecato.

La vittoria del No è stata forse più netta di come avevano previsto i sondaggi e una volta tanto ha rispecchiato quanto ho potuto ascoltare nei discorsi al bar o nella piazza virtuale dei social network. Lo sforzo di un uomo solo non è bastato contro il più fiacco ma meglio fornito (quantomeno numericamente) fronte di chi voleva bocciare la riforma Boschi. Forse Renzi è stato vittima di se stesso: non sappiamo cosa sarebbe successo se il premier non avesse commesso il grande errore politico di personalizzare il referendum. Prima o poi, probabilmente, lo avrebbero fatto le opposizioni, che ci avevano già provato con il voto sulle trivelle.

E troppo grande era l’occasione del referendum per Grillo, Berlusconi, Salvini e, soprattutto, la sinistra del Partito Democratico, per non sfruttarla. La vittoria del No avrà delle inevitabili ripercussioni. Renzi si è dimesso, non tanto per coerenza con quanto detto, quanto per coerenza politica. La riforma costituzionale era la riforma per eccellenza su cui era imperniato tutto il governo Renzi: una bocciatura popolare non poteva non avere conseguenze, anche le più estreme.

Mi chiedo, tuttavia, se ne sia valsa la pena. In questi lunghi mesi di campagna per il referendum, ho avuto modo di confrontarmi con tanta gente, coetanea e non. E sono rimasto piacevolmente sorpreso dal grado di interesse che il dibattito sulla Costituzione ha portato. Ho ascoltato le motivazioni di chi ha votato No, e alcune le ho trovate anche legittime. Ho rispettato chi mi ha sempre risposto con valutazioni di merito, chi ha scelto di bocciare la riforma con consapevolezza.

Poi però, accanto a questi esempi virtuosi, mi sono imbattuto (soprattutto sui social, ma non solo sui social) in elettori che a malapena conoscevano l’articolo 1 della Costituzione, che a malapena sapevano su cosa si andava a votare, che a malapena sanno cosa sia un’elezione prendere in mano l’ascia del No per mandare a casa Renzi. “L’ebetino mi sta antipatico”, “Renzi è un abusivo” erano le frasi tipo. E ciò che mi sorprendeva di più non era tanto vedere alcuni leader politici parlare di Jobs Act o del vincolo di mandato che nulla c’entravano con questo referendum. A sorprendermi negativamente sono stati ad esempio gli insegnanti, uniti nel votare No per mandare a casa Renzi e il suo governo, reo di aver fatto approvare la Buona Scuola. Qualunquismo e benaltrismo hanno fatto la parte del leone durante la campagna per il No, e hanno vinto il populismo che spesso si faceva strada tra coloro che sostenevano il Sì al referendum.

Perché, altrimenti, votare No? Pur con qualche riserva, ho accettato le motivazioni di quanti conoscono meglio di me la materia giuridica: la riforma era scritta male (l’ormai celeberrimo articolo 70) e peggio era chi l’aveva scritta; nessuno accettava Verdini padre costituente, fingendo, soprattutto nella minoranza del PD, di non sapere che le riforme si fanno con chi ci sta, vista anche la sconfitta (pardon, la non vittoria) di Bersani nel 2013. Qualcuno potrà dire che una riforma costituzionale non era necessaria e urgente: questa è stata un’argomentazione portata avanti soprattutto dal Movimento 5 Stelle in campagna referendaria. Ma il Movimento e quanti ne fanno parte sono forse troppo giovani politicamente per ricordare che con la scusa del “Non è urgente” in Italia poi le cose si finisce per non farle mai. Ed è per questo che la ritengo un’occasione sprecata: se aspettiamo la riforma perfetta, se aspettiamo i Moro, i Calamandrei e i Nenni, sarà come aspettare Godot.

E ora? Ora non è cambiato nulla. Non ci saranno le cavallette, non ci sarà il giudizio universale. Avremo, però, ancora enti inutili come il Cnel, avremo ancora 315 politici professionisti (immunità compresa, ovviamente), avremo ancora gli stessi stipendi per i consiglieri regionali, avremo ancora i fondi per i gruppi al Senato, avremo ancora il bicameralismo perfetto con tutto quello che questo comporta, avremo ancora regioni con un farmaco e regioni senza di esso. Perché coloro che hanno votato per il No, hanno votato per questo, non per mandare a casa Renzi.

Quanto sarà bello sentire queste stesse persone lamentarsi con il prossimo governicchio o governo di larghissime intese (Berlusconi sarà fiero di voi). Chissà come sarà la prossima legge elettorale (o ci teniamo il Consultellum e poi altro che “accozzaglia”?), perché ora tutto si rimette in gioco. Chissà chi la farà, chissà se si farà. Chissà le facce di Bersani, Speranza o D’Alema, quando vedranno il prossimo governo guidato da Di Maio o Salvini.

Luca Musio

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedenteSnowden: Oliver Stone e la sua partita con la CIA
Prossimo articoloCosa ho provato votando No al Referendum
Nato in provincia di Lecce il 28 dicembre 1992, ha girato l'Italia, da Venezia al Salento, passando per Pescara. Ora si trova a Roma, dove studia per conseguire la laurea magistrale in Lettere Antiche. Lo affascinano la politica, l'attualità e lo sport, che cerca di raccontarvi attraverso i suoi articoli. Contatto: lucamusio92@gmail.com