Due domande ci poniamo mentre guardiamo il film dell’attore Matt Ross. La prima, se è davvero possibile che una famiglia di sei figli e un padre possa coesistere con una società materialista e ipertecnologica, vivendo come al tempo del colonialismo americano. Cosa significa? Mangiare ciò che si caccia con le proprie mani. Educare la mente ignorando ogni forma di progresso che il consumismo impone. La seconda, se è davvero possibile che una società consumistica e globale possa realmente esistere, mentre un padre e sei figli vivono come al tempo del colonialismo americano. Qual è la risposta giusta ad entrambe le domande? Semplicemente, follemente, naturalmente, Captain Fantastic diretto da Matt Ross.

Viggo Mortensen (Captain Fantstic), in una scena del film.
Viggo Mortensen (Captain Fantastic), George MacKay (Bo) e Annalise Basso (Vespyre), in una scena del film.

Se possiamo immaginare una forma di libertà di pensiero, che possa precludere quella formale educazione fatta di conoscenza e rispetto del proprio io (anima e corpo), abbiamo realmente varcato il confine di quell’isola che non c’è che tutti anelano. Perché Viggo Mortensen può realmente essere quel Peter Pan cresciuto che guida i propri figli come quella banda di bimbi perduti, contro un folle Capitan Uncino che non è altri che lo stesso padre che li può drasticamente annientare e distruggere. E Matt Ross, con Captain Fantastic, ha abilmente tracciato una trama (sua è anche la sceneggiatura) che convince chiunque possa mettere in dubbio che tutto ciò possa realmente esistere. O, meglio, essere diretto e filmato.

La storia? Due genitori che isolano i propri figli dal resto del mondo, educandoli al limite della conoscenza e della genialità delle proprie menti. Tutto procede senza mettere in discussione quale sia l’eccentricità o la follia che li possa guidare. Ma la morte della madre, affetta da bipolarismo, mette alla luce le possibili fratture che si vengono a creare, soprattutto nel giovane Rellian (interpretato da Nicholas Hamilton) che si ribella drasticamente alla gerarchia imposta dal padre. Allora tutto cambia prospettiva. Tutto viene messo in discussione. Allora, veramente, una famiglia così è solo l’utopia di un folle che non si rende conto di come possa essere pericoloso vivere senza regole formali. Il figlio diventa il padre, come Peter Pan diventa Capitan Uncino. La guerra è la presa di coscienza di quella crescita obbligatoria, naturale e immersa in quelle regole sociali che nessuno può disprezzare o ignorare.

Viggo Mortensen, il patriarcale Ben/Captain Fantastic.
Viggo Mortensen, il patriarcale Ben/Captain Fantastic.

La metamorfosi di Ben (il Captain Fantastic interpretato da Mortensen) avviene gradualmente. Prima, facendoci sognare attraverso quella vita selvaggia e ribelle, cavalcando la propria ideologia su di un equipaggiatissimo bus soprannominato “Steve”, in fuga da quella civilizzazione che per lui significa solo egemonia radicale, con totale disprezzo e disincanto. Tutto a scapito dei propri figli, capaci di destreggiarsi come abili cacciatori e fini filosofi, ma sprovveduti ed increduli di fronte alle più comuni forme di progresso che il “consumismo” impone. Dalla Coca Cola (acqua avvelenata) seduti ad un bar, ai videogames a casa dei propri cuginetti. Tutto contrastato dal nonno Jack (Frank Langella), padre materno e amorevolmente protettivo, intenzionato a prendersi cura dei propri nipoti, soprattutto durante quella “missione” imposta da Ben nel rispettare le volontà della moglie, consapevole di uno stato mentale malato e instabile, nel rito buddista della cremazione, rifiutando un cattolicesimo basato sulla falsità delle proprie icone.

Dopo, con l’incidente ai danni della figlia Vespyre (Annalise Basso), cadendo dal tetto della casa dei nonni, mentre cerca di recuperare in famiglia il fratello Rellian, convinto delle responsabilità del padre per la vita che gli ha imposto di condurre, compresa la morte della moglie. Con la consapevolezza maturata che un simile fatto non può prescindere una fortuna voluta dal caso, Ben decide di dare ai propri figli quella libertà di vivere la propria vita secondo i canoni di una società strutturata e complessa. Questo preclude quei College a cui il figlio Bo (George MacKay) ha fatto domanda e dove è stato accettato, consapevole di farlo vivere completamente, rispettando anche i desideri che la madre aveva riposto in lui. Ma anche con quella libertà concessagli, i figli tornano dal padre, per portare a compimento quel testamento voluto dalla madre, cremandone il corpo in un rito hippie, tra cori e musica.

La magia spezzata si ricompone. La famiglia riprende forma, ma con un bagaglio di emozioni nuove che il regista ripone nelle mani dello spettatore, obbligato a piegarsi alla nuova veste dove l’ostinazione abbraccia i protagonisti. Ingenuamente, incantevolmente. Proprio come un sogno che finisce laddove è iniziato. Con quella follia che viene rimessa nella spirale di una struttura sociale che sembra motivare ogni declinazione al sistema. Matt Ross c’è riuscito. Non solo a farci riflettere, ma a credere che, in fondo, quell’isola che non c’è esiste realmente. Molto più vicina a noi e credibile di quanto possiamo pensare.

Paolo Arfelli

© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedentePerché Gentiloni premier conviene a tutti
Prossimo articoloSam Esmail: perché abbiamo bisogno di Mr. Robot?
Nato a Ravenna, ho avuto il piacere di aver frequentato un corso di grafico pubblicitario con Umberto Giovannini, a Faenza, per intraprendere un discorso di Editor, approfondito da Laboratori di Cinema per sceneggiatore, montaggio e Regia a Bologna. Amo la musica, dilettandomi a comporre pezzi originali.