Al primo allenamento da portiere della mia vita, il primo con un preparatore vero, quest’ultimo mi fece una domanda che, fino a quel momento, non mi ero mai posto: <<Perché il portiere indossa il numero uno?>>. Attimo di sgomento: la mia mente cercò risposte pertinenti, dai gesti tecnici  all’utilità in campo, pensando ad ogni aspetto che contraddistingue questo ruolo. Niente. Non trovavo risposte. Visibilmente divertito dalla mia reazione, il mister mi tolse dall’imbarazzo dandomi la tanto agognata risposta: <<Il portiere indossa il numero uno perché è il più forte della squadra!>>. Converrete con quello che immediatamente pensai io di quella risposta: arrogante e supponente.

Postulato della fiducia sine qua non

A quasi un decennio di distanza mi trovo invece d’accordo con lui e per un motivo molto semplice: chi decide di interpretare questo ruolo deve pensare di essere il migliore in quanto, sul campo, è l’unico a non avere alcun tipo di alibi per i propri errori; quando un portiere sbaglia peraltro nel 99,9 % dei casi il risultato è un gol per la squadra avversaria. Per questo il ruolo di estremo difensore è stato definito come il più difficile da interpretare, e la difficoltà risiede non tanto nella tecnica del ruolo e nella responsabilità, o almeno non solamente, quanto più nel rapporto con tifosi, compagni e coaching staff: più degli altri ruoli, infatti, un portiere necessita di una massiccia dose di continuità per poter rendere al meglio. Per quanto ci si provi, le situazioni di stress e tensione che vive nel corso di una partita non sono riproducibili in allenamento e dunque la fiducia dell’ambiente conferisce al guardiano dei pali di turno la tranquillità di affrontare serenamente ogni evenienza. Le squadre di vertice degli ultimi quindici anni, in Italia e in Europa, nella maggior parte dei casi ci mostrano una certa stabilità nel ruolo. Facile pensare alla figura di Buffon, che dal 2001 difende la porta della Juventus, e andando all’estero come non ricordare Oliver Kahn, che per quattordici anni è stato il portiere del Bayern Monaco (1994 – 2008), oppure il grande Edwin Van Der Sar che per una decade (1990 – 1999) ha militato nell’Ajax e per altri sei campionati (2005 – 2011) nel Manchester United -vincendo con entrambe le squadre una Champion’s League, tra l’altro. Ho citato fino ad ora portieri di società blasonate, da tempo annoverate tra le top ten europee e quindi mondiali; c’è però una squadra che dagli anni ’80, con alterni successi e una Coppia dei Campioni sfiorata, sta cercando di ritagliarsi un ruolo rilevante in campo europeo: l’AS Roma.

 

La Roma e i portieri: brevi storie tristi

Vorrei appunto focalizzarmi su come il ruolo di portiere non abbia goduto di continuità nell’ultimo ventennio giallorosso, soprattutto rispetto a cicli sportivi precedenti. Franco Tancredi è stato il numero uno più longevo: acquistato dal Rimini nel 1980 per essere il secondo di Paolo Conti, in poco tempo riuscì a conquistare i galloni da titolare, vincendo il secondo scudetto della storia della Roma nel 1983 e quattro Coppe Italia e difendendo i pali capitolini fino alla stagione 1989/1990. Dopo dieci anni di tancredismo il testimone passò a Giovanni Cervone che, alla fine della sua avventura giallorossa nel 1997, si ritrovò a vantarsi di una Coppa Italia, di una finale di Coppa UEFA persa e soprattutto di ben sei anni di permanenza in giallorosso. Qui qualcuno potrebbe giustamente obbiettare: adesso si festeggiano anche gli anni di permanenza in una squadra? In questa squadra, per questo ruolo, sì! Da Cervone in poi infatti la Roma non ha mai potuto contare per più di tre stagioni sullo stesso interprete nel ruolo di portiere titolare; ai vari Peruzzi, Konsel e Chimenti, che si sono equamente divisi gli ultimi tre campionati del primo millennio, è succeduto Francesco Antonioli. Acquistato dal Bologna nella stagione 1999/2000, rimarrà per sempre negli annali come il portiere del terzo scudetto, vinto nella stagione successiva; nonostante ciò, la sua scarsa sicurezza e qualche errore di troppo lo tennero sempre nell’occhio del ciclone della temuta critica romana. Temuta perché i media della Capitale -tv locali, radio, giornali- sono da sempre spietati e furiosi, istigano la piazza a pretendere tanto (troppo) dalla squadra e dai giocatori di turno e difatti assumono all’interno della nostra analisi un peso specifico rilevante, come vedremo tra poco. Guarda caso, pur alla luce della gloria eterna portata dalla vittoria di uno scudetto con i Lupi, già nella stagione successiva il posto di Antonioli venne insidiato dal giovane Ivan Pelizzoli, appena arrivato per ventisette miliardi di lire dall’Atalanta e considerato dagli intenditori della nazione come uno dei più grandi prospetti nel ruolo (un “proto-Donnarumma” potremmo definirlo). Manco a dirlo, nella stagione 2003/2004 il giovane guardiano giallorosso esplose definitivamente vincendo la Saracinesca d’Oro come portiere meno battuto d’Europa. Sembrava che la Roma avesse finalmente trovato un portiere su cui costruire il proprio futuro ma, nella stagione da incubo 2004/2005, la squadra chiuse ottava (dietro anche a Messina, Palermo, Sampdoria e Udinese) e Pelizzoli perse il posto ai danni del primavera Gianluca Curci, venendo ceduto a fine stagione alla Reggina. Le velleità del ragazzo cresciuto nelle giovanili giallorosse verranno messe a tacere dalla prima gestione Spalletti, appena arrivato alla corte dei Sensi; il tecnico di Certaldo gli preferì il brasiliano Doni il quale, dopo due anni a buonissimi livelli ma senza promesse né miracoli, decise di trasferirsi al Liverpool. Con l’arrivo di Claudio Ranieri nel 2009/2010, dopo un primo tremendo mese di gestione spallettiana, si aprì una delle più belle storie “di porta” del calcio contemporaneo: quella di Julio Sergio Bertagnoli.

Pensate: dal 2005/2006 è il terzo portiere della AS Roma e vede passargli davanti i vari Curci, Doni, Arthur e Lobont senza mai vedere il campo. Con Ranieri la svolta: il tecnico testaccino lo premia (complice vari infortuni dei colleghi di reparto) dandogli fiducia, e Julio lo ripaga con prestazioni superbe che, insieme a quelle del resto del gruppo, contribuiranno a portare la Roma ad un soffio, a un tempo di gara da uno scudetto che avrebbe avuto dell’incredibile, recuperando ben 18 punti all’Inter mourinhana del Triplete. La stagione successiva Julio Sergio è ancora il titolare, ma la fine dell’ “effetto Ranieri” e il conseguente arrivo in panchina di Vincenzo Montella lo relegano nuovamente in panchina. Finirà un anno in prestito al Lecce e, nel 2014, rescinderà il proprio contratto con la dirigenza romanista.

Portiere
Getty Images

Il resto è storia recente: dal clamoroso flop del vicecampione del mondo Marteen Stekelenburg, continuando con l’indimenticabile meteora zemaniana Goicoechea, finendo con la parentesi Morgan De Sanctis; in mezzo a tutto questo la Roma ha tenuto la ragguardevole media di un portiere cambiato ogni due anni (scarsi) e all’orizzonte c’è la fine del secondo anno di prestito di Wojciech Szczesny. La società in effetti si è già tutelata con l’acquisto del brasiliano Allison, e alterna i due tra le coppe per cui compete. Lungi da me puntare il dito contro la mancata continuità data al ruolo di portiere in casa Roma per spiegare le numerose debacle di questa squadra; le motivazioni sono (anche) altre, di natura molto diversa.

Concause e speranze

Perché però l’estremo difensore giallorosso è colpito da una così forte precarietà? Quali sono i reali motivi? Il primo che mi viene in mente, non necessariamente il più importante ma che sicuramente riguarda ogni giocatore della rosa, è quello ambientale. Roma è una piazza dove è quasi impossibile vincere, tantomeno lavorare serenamente -parole e musica non mie ma di un certo Fabio Capello. L’ambiente ha fame di grandezza e di vittorie e, a differenza di altri grandi centri come Torino e Milano, non sempre ha avuto le risorse economiche per competere ad alti livelli. Il limbo della medio-alta classifica in cui per anni ha viaggiato la Roma e la sfilza di secondi e terzi posti conquistati negli ultimi quindici anni dai giallorossi non ha fatto altro che ingigantire questa urgenza. <<Vincere aiuta a vincere>>, si dice solitamente, mentre non vincere crea pressione e frustrazione; due elementi, quest’ultimi, che in un contorno come quello romano risultano terribilmente amplificati. Roma è passionale. Alla pari di Napoli a Roma il calcio non è vissuto come uno sport, un passatempo, uno spettacolo d’intrattenimento: il calcio è vita, cultura, religione. Non starò qui a questionare se ciò sia eticamente giusto o sbagliato ma sta di fatto che chi gioca a Roma e per la Roma deve convivere con questo tipo di amore, perché di amore si tratta. Nel bene e nel male, con tutto ciò che ne consegue. La questione ambientale, chiamiamola così, ci fa capire come dei portieri giovani e di sicuro talento siano stati bruciati da questa piazza e dalle sue esigenze: mi vengono in mente i già citati Curci e Pelizzoli. Anche lo scudettato Antonioli di cui sopra fu ceduto in quanto “poco gradito” alla folla. Altro motivo? Scelta tecnica, non necessariamente dipesa dagli umori della curva, anzi. Proprio il portiere ex Bologna è l’epigono degli esclusi “per scarse prestazioni”, come gli altresì rimpiazzati Konsel, Chimenti o più di recente Goicoechea. Ci sono poi dei portiere validissimi tecnicamente che sono stati vittime di scelte societarie legate al progetto del club. Marteen Stekelenburg era ed è tutt’ora un portiere di sicuro valore ma, arrivato con la gestione Luis Enrique, ha dovuto fare i conti con l’ “epurazione zemaniana” che lo costrinse poi a fare le valigie in direzione Fuhlam. Lo stesso Morgan De Sanctis, dopo due anni ad un buonissimo livello, ha dovuto affrontare la politica di ringiovanimento voluta da James Pallotta finendo prima in panchina come secondo di Szczesny e, da quest’anno, al Monaco in Ligue 1.

Permettetemi di chiudere questo articolo con una categoria di numeri uno che sinceramente fatico a capire: i brasiliani. Un ultimo motivo di instabilità potremmo proprio individuarlo nella scuola di portieri carioca. Un portiere brasiliano per affermarsi segue di solito questo iter: cresce calcisticamente in madrepatria; si fa notare in Europa per la sua abilità tra i pali e per una certa plasticità nei gesti tecnici; viene acquistato da un top club europeo come vice; dopo un anno in sordina conquista il posto da titolare; sforna due anni di prestazioni elevatissime; dal terzo anno comincia per lui un declino senza fine. Restando a Trigoria posso portare gli esempi di Julio Sergio (nel 2009/2010 miglior portiere della serie A per rendimento insieme a Julio Cesar) e Alexander Doni (per due anni così convincente da essere il titolare del Brasile nella Copa Sudamericana del 2007), entrambi poi caduti molto in fretta nel dimenticatoio collettivo. Il calcio internazionale però pullula di esempi come questi: da Nelson Dida (due Champion’s League con il Milan e poi un declino rovinoso) a Julio Cesar (apice nel 2010 con la conquista del Triplete e poi rapida discesa), solo a citare i più illustri.

Portiere
www.Eurosport.com

Detto questo, personalmente credo che la base di un ambiente vincente sia in generale cercare di tenere una certa stabilità nell’ossatura della squadra (portiere, due difensori, due centrocampisti, un attaccante) per poterle garantire una continuità tecnica importante; aspetto fondamentale per permettere ciò è la virtù della pazienza, sempre più rara nel calcio moderno, tanto più nelle grandi piazze dove, per citare Leonardo Bonucci, <<vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta!>> Da romanista mi sembra che queste ultime due stagioni stiano, almeno in parte, seguendo questa linea di continuità e quindi mi auguro che la società, ma soprattutto i tifosi e i media, contribuiscano alla crescita del “marchio Roma” e ai suoi successi. D’altronde si sa: Roma non è stata costruita in un giorno!

Elia Manuri
© riproduzione riservata

CONDIVIDI
Articolo precedenteAleppo: il tracollo dell’Occidente
Prossimo articoloOur War, il documentario italiano sul conflitto siriano
Le possibilità sono tre: questo articolo è uno scambio di opinioni tra più persone; l'autore di questo articolo è un po' timido; l'autore di questo articolo è un collaboratore esterno. In ogni caso, chiunque abbia scritto da noi è sicuramente intelligente e simpatico.