Fine della Guerra?

Stiamo forse leggendo i capitoli finali di una Guerra che si aggiunge al fallimento quasi totale della primavera araba iniziata nel 2011 (ricordando l’eccezione Tunisina). Aleppo non è la fine, ma è un passo decisivo verso la risoluzione del conflitto, vista l’importanza della città. La città è stata infatti la Damasco ribelle, la capitale economica e commerciale della Siria, fondamentale a livello strategico come ponte verso la Turchia. La città riusciva a mantenere nel mezzo l’ago della bilancia bellica. Dopo cinque anni di conflitto, se da un lato, l’aviazione russa e gli sciiti appoggiati da Iran ed Hezbollah hanno intensificato il loro appoggio ad Assad, dall’altra parte, la cessione degli aiuti turchi ai ribelli e il graduale affievolimento degli sforzi diplomatici americani ha minato la forza siriane anti-regime.

La Siria oggi

E pensare che questa guerra ebbe origine da scritte anti-Assad che due giovani siriani scrissero su di un muro della città di Homs. Oltre a quei messaggi, furono cancellati dal regime anche quei due ragazzi, provocando la reazione della cittadina prima, e di altre città poi, dando vita ad un ciclo di manifestazioni e repressioni sanguinarie che si alimentarono le une con le altre, riscontrando l’apice nel conflitto civile che conosciamo oggi. Con 21,4 milioni di persone, la Siria oggi conta 80 mila morti, con un terzo della sua popolazione costretto a fuggire dalle proprie case, più della metà vive sotto la soglia della povertà, con un tasso di disoccupazione salito al 48,8%, un tasso di frequenza scolastica crollato al 46,2% e con un terzo degli ospedali non più funzionanti (dati del Syrian Centre for Policy Research).

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Impotenza occidentale

Tra i vari spunti di riflessione che questa tragedia umanitaria offre, il declino dell’influenza dell’Occidente nella gestione e nel controllo dei conflitti sul panorama geopolitico odierno è uno dei più evidenti. Un primo aspetto di ciò è il fallimento della diplomazia americana, che attraverso Kerry non è riuscita a raggiungere accordi sul cessate il fuoco che non reggessero per più di tre giorni. Questa impotenza non è stata dovuta tanto alla mancanza di impegno e sforzi da parte del Segretario di Stato americano, quanto più ad una Russia che è riuscita a mantenere il pallino del gioco in qualunque momento. In aggiunta l’immobilismo dell’Unione Europea, dovuta al suo sistema istituzionale e decisionale che non le permette di essere un attore efficace nella risoluzione di conflitti. Per adottare delle azioni comuni infatti, l’Unione necessita del consenso unanime dei suoi Membri, sintomo che la politica estera e di difesa rimane una prerogativa a cui gli Stati sono restii a cedere sovranità. D’altra parte l’interventismo bellico in Occidente è un argomento da prendere con le pinze, visto il nostro passato (soprattutto in Siria) e la difficoltà politica di promuoverlo di fronte all’opinione pubblica. L’evidenza ci viene da Westminister, in cui per la prima volta il parlamento britannico non ha dato il mandato al governo di intervenire nello scenario siriano.

Senate Foreign Relations Chairman Sen. John Kerry, D-Mass., rubs his faces as he listens to Sen. John McCain, R-Ariz., speak during his confirmation hearing to become the next top diplomat, replacing Secretary of State Hillary Rodham Clinton, Thursday, Jan. 24, 2013, on Capitol Hill in Washington. Kerry is likely to face friendly questioning on a smooth path to approval before the committee he has served on for 28 years and led for the past four. (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)

Analoghi motivi spiegano l’inefficacia delle Nazioni Unite quando si parla di scenari bellici in cui è implicata una o più delle potenze permanenti (cioè spesso) in sede di Consiglio di Sicurezza. Tutte le risoluzioni ONU che richiedevano un cessate il fuoco in Siria sono state bloccate dal veto di Russia, e talvolta Cina. Nel complesso, un Risiko a dimensioni reali in cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov è stato, ed è tuttora, il giocatore posizionato meglio, con l’Occidente che resta a guardare, un po’ perché non può agire, un po’ perché non è tra le sue priorità. Ma l’immobilismo e l’autocrazia solidale di un impero non può che segnare la fine della sua epoca.

La destra filo Putin

Un ulteriore spunto di riflessione è come lo spostamento a destra del panorama politico occidentale stia paradossalmente assumendo connotati di vicinanza a Vladimir Putin. Dall’America di Obama, la Francia di Hollande, l’Italia di Renzi, che hanno adottato una politica estera di opposizione nei confronti della Russia, ad un Trump, Fillon e Salvini/Grillo che si pronunciano a favore di un riavvicinamento al fianco Russo di un ritiro indiscriminato delle sanzioni. Il probabile futuro Presidente francese si è detto pronto ad una cooperazione strategica con la Russia, specialmente per quanto concerne la Siria, riguardo la quale il francese ha aperto ad una potenziale alleanza con Bachar Al-Assad per sconfiggere lo Stato Islamico. Il panorama muta ancor di più in questa direzione se si pensa alle recenti elezioni in Bulgaria e Moldavia, che hanno visto vincitori i neo-eletti Presidenti Rumen Radev e Igor Dodon, che fanno della vicinanza con Mosca il loro principale punto programmatico. Quando il combinato disposto occidentale tra democrazia diretta e crisi economica (e di valori) porta ad una “disoccidentalizzazione” del mondo che favorisce il ritorno dell’orso Russo.

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Empatia e distanza: inversamente proporzionali

In ultima analisi, la sconvolgente apatia dell’opinione pubblica dimostra una volta di più come l’empatia è inversamente proporzionale alla distanza da una tragedia, in questo caso, quella siriana. Solo recentemente si sono protratte manifestazioni a catena nelle principali città europee e non: da Londra a Beirut, da Milano a Parigi e nella stessa Douma, in Siria. Solidarietà con il contagocce durante cinque anni in cui tutti sapevano ma nessuno si sforzava di capire. Da questo punto di vista i social network non hanno fatto altro che allontanarci di più di quanto non ci stiamo avvicinando. Immagini, video, voci che ci provengono quasi in diretta dal teatro di guerra non bastano a farci prendere in mano un cartello e scendere in strada. Come pure la Cancelliera tedesca Angela Merkel disse poche settimane fa al Congresso del suo partito, trovando sconvolgente il fatto che si fosse protestato così tanto contro il TTIP, ma così poco per la strage di civili ad Aleppo. L’Occidente, e in particolare l’Europa, manterrà il suo importante ruolo sullo scenario internazionale se riuscirà a difendere i capisaldi etici che contraddistinguono la sua società, in quanto forme efficaci di soft power nelle relazioni multilaterali.

La Siria è uno dei primi esempi storici di Guerra Fredda in casa d’altri, in cui, viste le circostanze, la Russia si sta prendendo le sue rivincite. Mentre quest’ultima ha mantenuto l’ormai noto atteggiamento machiavelliano, l’Europa è arretrata sul poco interventismo Obamiano e l’imperfetta macchina europea alle prese con una crisi che non è stata capace di gestire in tempi brevi. Sembra che le prospettive future incrementeranno questo trend, dato il dichiarato isolazionismo americano e il conservatorismo filo-russo europeo. Questi cambiamenti politici saranno accompagnati da inversioni demografiche non da poco: mentre l’Africa sta raddoppiando la sua popolazione, l’Europa nei prossimi 30 anni avrà 50 milioni di persone in meno, con la Germania che perderà il 25% della sua popolazione attiva. Stiamo attraversando forse un momento di transizione storica epocale, con l’Occidente ormai sordo-muto al suo interno, che scivola verso il declino sulla scena internazionale. Ma d’altra parte, la società è in forte mutamento, gli ordinamenti no, e nessun sistema politico restio a cambiare sopravvive a lungo.

Adriano Bolchini

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Nato il 12 gennaio 1996 a Varese, studia Scienze Politiche a Siena. Poco affascinato dalla politica interna, molto dalla politica internazionale e dalla diplomazia. Affamato, oltre che di qualunque cosa abbia a che fare con il buon cibo, di esperienze e conoscenza, per arrivare un giorno ad essere capace di cambiare qualcosa in meglio. Ha propensioni per tematiche tanto importanti quanto poco trattate dai giornali, per suscitare spunti di riflessione e stimolare il valzer delle idee.