Our War, il documentario italiano sul conflitto siriano

“NON SO SE VALE LA PENA MORIRE PER QUESTE COSE. SICURAMENTE VALE LA PENA RISCHIARE LA VITA PER QUESTE COSE.”

KARIM

Il mio imprinting cinematografico con il conflitto siriano avvenne l’anno scorso con Eau argentée – Autoritratto siriano (2014), ne parlo qui. Dopo l’attento di Parigi, vidi quel film e lo definì “un sussurro tra le grida mediatiche“.

Quest’anno, nella cornice della X edizione del DOC UNDER 30, rassegna dedicata agli “autori sotto i trent’anni” di cinema documentario, ho avuto l’occasione di udire in anteprima, dopo il passaggio dalla 73Mostra del Cinema di Venezia, un nuovo sussurro: il suo nome è Our War (2016). Un sussurro tutto italiano (sulle note di Eugenio Finardi che usa il pronome possessivo our per definire una guerra che la nostra terra conosce, purtroppo, troppo poco. 

Benedetta Argentieri, inizialmente cronista del Corriere della Sera, dal 2014 comincia la carriera di freelance, occupandosi maggiormente delle donne curde e dei foreign fighters occidentali. È grazie a lei se Bruno Chiaravalloti, antropologo visuale e film-maker, e Claudio Jampaglia, giornalista e autore, hanno conosciuto i tre combattenti stranieri, protagonisti del documentario.

Di origini italo marocchine, vive a Senigallia, Karim è il primo foreign fighters che i registi incontrano. Dopo essersi occupato per anni di assistenza per i rifugiati decide di presentarsi a Kobane nello YGB (Unità di Protezione Popolare), nel pieno dell’assalto di Isis alla città. Per quattro mesi segue l’avanzata YPG fino all’Eufrate raccogliendo circa tre ore di filmati. Il materiale fornito da Karim diviene fondamentale alla realizzazione del film non solo perché banalmente i registi non vanno in guerra per filmare queste immagini (e quindi vivono la guerra, come noi, attraverso i loro personaggi), ma perché in questo modo non si sta dando vita al rischioso “found fotage del terrore” che compiono i mass media a cui l’occhio contemporaneo è ormai atrofizzato.

Semmai con queste immagini “dall’interno” si scrive un diario, un diario che potrebbe essere quello di un qualsiasi foreign fighters occidentale che vive in Rojava: amici combattenti che riposano nel piccolo rifugio, che bevono il tè di notte al buio, che conquistano un villaggio, che combattono. Con le immagini firmate da Karim, i tre protagonisti senza conoscersi finiscono per avvicinarsi tutti. Mentre attraverso le interviste e le immagini del loro presente conosciamo le loro storie, le differenziamo, ne leggiamo le sfumature. 

“Ci sono voluti appena quaranta minuti prima che uccidessi un essere umano, il mio primo Isis.”

Rafael

Rafael, tra i primi volontari occidentali in Rojava, è nato e cresciuto in Svezia da genitori curdo-iracheni. Decide di andare a combattere in Siria dopo aver visto un video Isis in cui venivano uccisi dei bambini. Joshua arriva invece dal North Carolina. Ex-marines, era stato in missione in Iraq e Afghanistan. Quando l’Isis invade l’Iraq decide di partire e di tornare ad essere volontario nello YPG. L’amore lo ha poi portato via dal fronte. È tornato negli Stati Uniti. Ha con se con la bandiera dello YPG perché in fondo vorrebbe tornarci. C’è chi ci torna davvero, come Karim. O chi come Rafael oggi è a casa accanto alla sua famiglia. Karim, Joshua e Rafael non sono uguali. Non sono ritratti come eroi o come modelli da seguire. I tre registi italiani sono riusciti ad impiantare una narrazione che racconta le loro emozioni, le ombre e le contraddizioni delle loro vite.


“Tutti i combattenti stranieri che vanno laggiù non importano chi sono o cosa raccontano, scappano da qualcosa.”

Joshua

Tutte le interviste sono girate frontalmente, chi più vicino chi più lontano dalla camera. Sullo sfondo c’è sempre una finestra pronta a raccontare un Paese diverso. L’America, la Svezia, l’Italia. Oltre alla testimonianza diretta, la narrazione cerca altre strade, registrando qualche immagine del presente che racconti la “vita quotidiana” di questi ragazzi. I criteri di sicurezza non hanno permesso di mostrare molto oltre le mura di un primo piano stretto. Quella che vediamo è un’esistenza solitaria, se non per Joshua che chiacchiera con un suo collega marines, non c’è nessun dialogo con l’esterno. 

Perché è un ritratto scomodo quello che i tre registi italiani hanno voluto mettere in piedi. Un ritratto cinematografico che grazie a produttori come Lorenzo Gangarossa (che è riuscito a richiamare l’attenzione anche di RaiCInema) e a case di produzione come PossibileFilm, può essere visto e fruito da un pubblico vasto.

Ma sopratutto è grazie a festival coraggiosi come DOCUNDER30 se si ha la possibilità di vedere questi prodotti di difficile diffusione. Un festival che ci ha dato la grande opportunità di scambiare qualche parola con due dei registi di Our War come potrete vedere nel video sottostante.

E anche noi di Versus vogliamo essere diffusori di questa opera cinematografica coraggiosa. Se volete vedere il film potete organizzare una proiezione nella vostra città attraverso la piattaforma http://www.movieday.it/. Spero che qualcuno di voi lo faccia davvero, abbiamo bisogno di conoscere storie come queste. 

Roberta Palmieri

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