Il vegetarianesimo nella società

I vegetariani vivranno più a lungo della maggior parte degli esseri onnivori che ora dominano il mondo. A patto che il fumo, l’alcol o altre cause di natura umana non facciano anticipare la venuta delle Moire, a recidere il filo. E’ curioso solo pensare che questa modalità di sopravvivenza non sia innata nel gene umano, perché ad esserlo è l’istinto carnivoro di predatori.
L’uomo nacque carnivoro oltre 60 mila d’anni fa, come homo sapiens: cacciatore, abile manufattore di armi e attrezzi, pittografista e credente nei riti protofunerari.

Dagli studi antropologici si è scoperto che sia nella prima fase, sia in quella successiva nell’evoluzione umana (sapiens-sapiens) la specie aveva cominciato ad avere legami con gli altri suoi simili e a condividere ciò che cacciava e ciò che raccoglieva: studiosi evoluzionisti quali Bachoffen e Morgan percepiscono questo stato sociale come “barbarico”; non era ancora presente l’agricoltura che potesse modificare ulteriormente la loro dedizione alla carne animale (o umana per alcune culture cannibali).

Negli ultimi decenni è stato invece dimostrato che i precedenti homo, per un arco temporale di oltre tre milioni di anni prima, in un clima di formazione sociale tra le “grandi scimmie”, fossero erbivori, o negli standard umani, vegetariani: Lucy, lo scheletro di australopitecus tarato due milioni di anni fa, in Etiopia, aveva, dalle analisi ossee, un equilibrio sanitario tipico nella dieta vegetariana.

Questo modo di vivere, apparso a livello mediatico e divenuta moda grazie ad attori hollywoodiani e personaggi legati sia al mondo scientifico sia a quello televisivo, è basato sull’etica della preservazione delle specie animali e il divieto di sfruttarli a uso e consumo umano, scegliendo cibi vegetali o, per la dieta latto-ovo vegetariana, anche prodotti animali quali le uova e il latte e i suoi derivati.

Oltre alla solidarietà per gli animali è presente anche la questione sanitaria, ovvero che grazie ad una dieta basata su solo vegetali si possa prevenire la comparsa di forme cancerose o cancerogene, tesi dimostrata da studi di settore tutti positivi, e garantire il funzionamento dell’organismo data la presenza nelle verdure di tutte le vitamine e le proteine (caso raro nella vitamina B12, quasi assente nelle verdure e da assumere con integratori, per il momento). Da ricordarsi la differenza tra vegetarianesimo, che permette il consumo di carni ittiche, quali pesci o molluschi, eticamente accettabile, e veganesimo, perfettamente allineata all’alimentazione erbivora, molto più severa e rischiosa se protratta in fase di crescita.

Diverse agenzie sulla nutrizione, quali l’OMS, hanno rilevato che negli ultimi anni il consumo di carni, rosse e bianche, sia aumentato esponenzialmente, con l’aumento della percentuale di ipertensione, obesità e di cancro allo stomaco o al colon; aumento non tanto dovuto all’ignoranza della gente sulla salute, quanto a quella di dietologi che consigliano diete dimagranti a base proteica, con riduzione di carboidrati e di qualsiasi carico calorico: funziona come metodo dimagrante, perché le proteine, e gli acidi chetonici, bloccano l’appetito e aiutano a dimagrire, ma è un vuoto a rendere, perché conclusa la dieta c’è maggior mischio di reingrassare più velocemente (punto di osservazione, la ciccia molle e il muscolo esteticamente attraente pesano allo stesso modo; è massa comunque, tutte e due nocive se portate ad estreme conseguenze, solo che si preferisce quest’ultima). Per non parlare dei rischi di trasmissione di malattie nelle carni, come le influenze “suine”, “aviarie”; tutte dei flop per il bassissimo numero di vittime, ma ben architettate da un punto di vista mediatico.

Le principali critiche al vegetarianesimo sono per la maggiore ingenue e poco credibili: con un consumo generale organico le altre specie proliferebbero fino all’eccesso, causando problemi per sostenerle e per mantenerle; mangiando solo verdura l’uomo tenderebbe ad abbassare le sue difese muscolari e a risultare più debole fisicamente, o a perdere anche diverse funzioni cognitive sviluppate grazie alle carni o, se imposta nell’età puberale di un bambino/a, bloccargli/le lo sviluppo psicofisico.

Quest’ultima è curiosamente la più attendibile, ma prontamente confutata dalle ricerche, le quali hanno garantito l’efficacia della dieta a patto di non sforzare troppo l’organismo dell’infante, e, in certi casi, adoperare gli integratori accennati poco sopra.

Nonostante le promesse più che positive, oggi pochi sono propensi alla conversione, sia per abitudine consolidata, sia per mancanza di impegno nel seguire una responsabilità tenace come può sembrare a chi il giorno prima mangiava solo carne, sia per pura pigrizia. Altre giustificazioni sarebbero quella della tradizione, accreditata tra le popolazioni con cucine internazionali quali l’italiana o la francese, che porterebbe ad un danno colossale per l’immagine nazionale, o al piacere del sapore della carne cucinata (lo stesso Gordon Ramsey, chef di fama mondiale, ha considerato “idioti” i vegetariani per questo), o alla fatalistica convenzione di dover sopravvivere noi umani cibandosi di loro.

Triste è anche la scusa che porta molti allevatori a torcere il collo alle oche che pochi giorni fa seguivano il padrone, o la padrona, come un cucciolo, e alle quali erano affezionati; ancora peggio sono quelle genti con il discredito verso la cucina cinese per lo stereotipo dei piatti a base di cane e gatto e che, per Pasqua, seguono la maniera di sgozzare gli agnelli per togliere via il sangue dalla carne ed intenerirla.

Casi del genere fanno capire l’ipocrisia di culture che se pensano di essere superiori per la cucina sono fuori dal mondo. Prima che il vegetarianesimo possa essere accettato (poiché nemmeno questo succede, con critiche e sberleffi) ci vorrà diverso tempo.

Niccolò Mencucci

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