Come cambia il Motomondiale dopo Philip Island

rossi

Philip Island non si smentisce e regala senza dubbio la gara più bella dell’anno (e non solo). Sorpassi, contro-sorpassi e rovesciamenti di fronte costellano un gran premio da standing ovation che si decide solo negli ultimi chilometri. La spunta Marc Marquez che riscatta il recente periodo opaco. Lo spagnolo parte male, ma successivamente partecipa alla zuffa del gruppo di testa e nell’ultimo giro compie il capolavoro superando sia Andrea Iannone che Jorge Lorenzo.

Curiosa e buffa l’ esultanza con la quale il pilota nato a Cervera esprime il piacere della conquista del quinto successo stagionale e del 50esimo in carriera. Jorge, invece, è stato davanti a tutti per buona parte della gara senza però riuscire a distanziarsi più di tanto. Il maiorchino, nonostante la ragionevole delusione per la mancata vittoria, è comunque raggiante sul podio. Il secondo posto gli permette di rosicchiare 7 punti a Valentino Rossi, assestandosi a -11 punti a due gare dal termine. E dire che a differenza di molte testate giornalistiche, eravamo sicuri che il campionato non fosse ancora chiuso. Valentino ha disputato una gara ottima, recuperando posizioni dal settimo posto in griglia e lottando audacemente per ottenere la vittoria. Benchè avesse concluso quarto, il rimpianto del dottore è stato il fatto di avere avuto le stesse chanches di vincere degli altri tre piloti. Difatti la gara è stata orchestrata da un vero e proprio quartetto solitario che amava mescolarsi e rimescolarsi. La strada dell’italiano è stata sbarrata anche dal suo connazionale e amico Iannone che, oltre ad essere stato protagonista dell’uccisione di un gabbiano, ha probabilmente realizzato la sua miglior prestazione nella Moto GP.

La sua Ducati è stata eccezionale, invincibile sul rettilineo e guidata in modo sublime e spregiudicato,come nel doppio-sorpasso da oscar su Marquez e Rossi.

Andrea come Marc, ottiene il piazzamento nell’epilogo della gara attraverso una contesa con il 46, subito dopo essere stato sorpassato dallo spagnolo. Una bagarre tra i quattro supereroi in realtà durata per tutto il gran premio che ha tenuto con il fiato sospeso gli spettatori, oltre che rendere incerto l’epilogo della gara.
Dietro di loro Daniel Pedrosa, seppure guidando bene nei primi giri, non ingrana e viene risucchiato nella morsa del sorprendente classe 1995 Maverick Viñales e di Cal Crutchlow che nel loro piccolo compiono una bellissima corsa.MotoGP-2015-Australia-Podium-1024x813

Ma questo gran premio come cambia il mondiale alla luce dell’ultima gara? I punti che ha perduto Valentino e che hanno fatto inveire, ingiustamente, i suoi supporters contro Iannone saranno decisivi?
Se analizziamo l’andamento della stagione, ci accorgiamo che dopo le quattro vittorie consecutive di Lorenzo, è stato un vero e proprio tira e molla quello tra i due piloti. Ma se a Misano sembrava che lo spagnolo fosse in crisi e se a Motegi, per alcuni, Rossi avesse potuto dare l’allungo decisivo, oggi quegli 11 punti rappresentano un gap veramente pericoloso per il pesarese. L’inizio prorompente dell’italiano e i primi passi falsi del numero 99 sono ormai lontani anni luce. Il 28enne pare averne di più, anche grazie ad una indole quasi narcisistica che spesso gli permette di dare il meglio sè.

Jorge è un po’ il Josè Mourinho del motomondiale, grande comunicatore e anche provocatore. Non di rado abbiamo assistito a interviste nelle quali attaccava Valentino Rossi per la sua presunta fortuna, affermando nel contempo la propria superiorità. Difficile che ammetta la vittoria del rivale senza ricorrere a delle circostanze esterne che lo hanno potuto limitare. Il pilota di Tavullia quest’anno non ha mai risposto alle punzecchiate. Il motivo, probabilmente, risiede nel fatto che nell’abissamento post-nono titolo mondiale, l’italiano abbia dovuto resettarsi gradualmente prima di tornare ad ambire l’olimpo delle moto. In questo processo ha umilmente preso la consapevolezza di non essere più il favorito e, nell’odierna stagione, ha saggiamente declinato gli inviti bellicosi del compagno di squadra, mirando, in primis, a tornare in auge in pista. Sull’aspetto puramente prestazionale,il 36enne è stato più continuo. Tuttavia le sue vittorie sono state poche, solo 4. Persino Marquez, con quella di domenica, ha surclassato il pilota della Yamaha. Il Marchigiano paga lo scotto di non esibirsi al meglio in qualifica, con tempi che lo spediscono ripetutamente dietro al nemico ( e a volte anche di tanto). È forse qui la chiave dei mancati trionfi. Se si va a vedere la qualità delle gare, in più occasioni è stato autore di performance all’ altezza dell’attuale posizione in classifica seppur , dunque, abbia dovuto, fare i conti con rimonte, alcune volte, insormontabili. Ne è un esempio lampante la gara di domenica, con un Rossi bello, ma quarto. Il suo avversario, al contrario, ha vinto la bellezza di 6 gran premi, realizzando il più delle volte dei monologhi senza oppositori. La pecca del pilota di Palma di Maiorca è quella di demoralizzarsi, non sapendo accettare i sorpassi incassati. In tali casi Jorge sembra sentirsi ferito nell’orgoglio ed è frequente che non riesca a riprendere in mano la gara, concludendo prove anonime. In questo finale di stagione gli altri piloti di spessore come Marquez, Iannone e Pedrosa stanno determinando pesantemente le sorti del mondiale, penalizzando o favorendo i due e rendendo ancor più dubbioso l’esito delle singole corse. In un certo senso, the doctor è più influenzato dai tre, in quanto a causa loro viene meno la tattica di marcatura ad uomo. La formazione di bagarre a tre-quattro piloti, rende Lorenzo praticamente immarcabile. philip

Valentino, osservando gli andamenti delle gare, ha anche dichiarato di avere sospetti che Marc stia aiutando il connazionale spagnolo a vincere il titolo. Accuse che, oltre a ad accendere ancor di più la tensione del mondiale, non hanno un fondamento certo, ma che se fossero veritiere gli complicherebbe la conquista del motomondiale. Per Rossi è valido ancora il discorso di poter vincere arrivando sempre secondo, ma, siccome attualmente gli outsider rendono l’ordine d’arrivo imponderabile, è necessario che ponga fine al digiuno di vittorie che perdura da Silverstone, cinque gare fa. Se vorrà aggiudicarsi la decima non basterà rimanere in sella, serviranno colpi da campione. Anche perché la pressione provocatali dallo spagnolo (e anche dal  numero 93) rischia di poter compromettere la tenuta psicologica dell’italiano. Sarà in questa circostanze che si vedrà l’esperienza del sempreverde motociclista e, soprattutto, se si dimostrerà sufficiente. Sepang e Valencia rappresentano gli ultimi ostacoli che dovranno affrontare i due. Quello malese è un tracciato che ha portato meglio al nove volte campione del mondo, in termini di trionfi. Infatti malgrado non vinca dal 2010, se ne contano ben 6 a differenza di por fuera che non ha mai terminato il gran premio davanti a tutti nella classe regina. Viceversa a Valencia Lorenzo pareggia le 2 vittorie di Rossi, con 8 anni in meno di carriera nella moto gp.
Sulla scia del circuito Australiano, si prospetta un finale al cardiopalma, denso di spettacolo. Nel prossimo gran premio le soluzioni sono tantissime, ma si riassumono con il 46 che potrebbe chiudere il discorso, mentre il 99 ha la possibilità di rimandarlo e addirittura di scavalcare l’antagonista. Tenetevi pronti perché lo show di Sepang potrebbe essere imperdibile e soprattutto cruciale.

Federico Cirasino

© riproduzione riservata


 

 

CRISPR tra ricambi di maiale e manipolazione degli embrioni

[vc_row][vc_column width=”1/6″][/vc_column][vc_column width=”2/3″][vc_column_text]

Per comprendere meglio il seguente articolo e conoscere la tecnica di modificazione del DNA CRISPR/Cas9 e le sue implicazioni etiche, si consiglia la lettura dell’articolo che potete trovare a questo link.


Sono passati appena 3 anni dalla messa a punto della tecnica di modificazione del DNA tramite l’utilizzo di CRISPR/Cas9, ed è già universalmente riconosciuta come una delle tecniche più rivoluzionarie dell’ingegneria genetica, tanto da essere stata messa subito al centro di un difficile dibattito etico sull’eventuale applicazione su embrioni umani.

Intanto questa tecnica viene utilizzata in altri campi, come quello degli xenotrapianti, ovvero trapianti tra animali di specie diverse. Considerata la scarsa disponibilità di organi umani per i trapianti in confronto all’altissima richiesta, quella degli xenotrapianti potrebbe rappresentare l’unica via di salvezza per tutte quelle persone che perdono la loro vite nelle infinite liste d’attesa. Gli animali migliori dai quali ci si potrebbe rifornire sono i suini, grazie alle somiglianze anatomiche degli organi, e per questo scopo vengono studiati dal 1990. Una delle maggiori difficoltà nell’utilizzo di organi di altri animali per sostituire quelli umani è rappresentata dalla presenza, nel DNA dei maiali, di retrovirus endogeni. Nel genoma (anche in quello umano) si trovano inseriti dei frammenti di DNA appartenenti a virus, che si sono impiantati stabilmente nei cromosomi nel corso dell’evoluzione della specie e sono rimasti lì, silenti. I retrovirus endogeni suini sono detti PERV, e nel 1998 si è osservato come questi possano riattivarsi se le cellule del maiale vengono messe in coltura insieme a quelle umane. Questo vuol dire che, trapiantando un organo di suino in un uomo, si rischia di accendere il DNA dei virus e dare origine quindi ad un infezione virale.

Il Dr. Church della Harvard University è riuscito, utilizzando la tecnica CRISPR/Cas9, a risolvere questo problema. In una pubblicazione su Science ha descritto come sia possibile eliminare i PERV con l’ingegneria genetica. I PERV presenti nel genoma dei maiali sono 62, e sono tutti molto simili tra loro, poiché discendono da un antenato comune. Questo ha permesso a Church di eliminarli tutti in un colpo solo, senza dover ricorrere ad una specifica molecola di CRISPR/Cas9 per ogni PERV – questa tecnica si basa infatti sul riconoscimento della sequenza di DNA. I PERV sono stati inattivati in cellule adulte, da cui è stato estratto il nucleo per produrre embrioni senza PERV, e non è stato osservato nessun effetto collaterale. Il prossimo passo consiste dunque nel crescere suini sani mancanti di questi frammenti di DNA, e prelevarne gli organi. L’eliminazione dei PERV non è sufficiente a rendere sicuri gli xenotrapianti, ci sono infatti anche altri fattori ad indurre il rigetto dell’organo, ma è un passo importante verso la soluzione del problema.

Davanti a una ricerca così promettente, è d’obbligo fare una piccola digressione sulla situazione italiana. Nel 2014 il Parlamento ha recepito la direttiva europea in tema di sperimentazione animale, trasformandola da un esemplare dialogo tra le necessità dei ricercatori e la tutela della vita degli animali in un bastone tra le ruote della ricerca italiana. Tra i vari orrori presenti nella normativa italiana c’è anche il divieto di utilizzare animali per effettuare xenotrapianti. Nonostante nella ricerca del Dr. Church non siano stati ancora effettuati xenotrapianti, non possiamo fare a meno di pensare come il nostro paese debba essere uno spettatore esterno del progresso scientifico in questo campo

I risultati sempre più numerosi e sorprendenti che si ottengono nella modificazione del DNA utilizzando la tecnica CRISPR/Cas9 su organismi diversi dall’uomo non fanno che accrescere il dibattito sull’utilizzo di questa tecnica anche sulla nostra specie. La controversia etica principale riguarda la possibilità di modificare il DNA della linea germinale, quindi di rendere ereditabili le modificazioni, e di applicare la tecnica sugli embrioni per modificarne alcune caratteristiche. La paura più diffusa è quella di giungere alla modificazione dell’embrione per poter scegliere le caratteristiche di un individuo a proprio piacimento, non guidati da motivazioni mediche; le paure fantascientifiche rischiano però di oscurare l’enorme potenziale di CRISPR/Cas9 nell’applicazione clinica, come la cura di malattie genetiche molto gravi per cui adesso non esistono soluzioni valide. Ma la mancanza di una regolamentazione chiara e universale ha già portato, nonostante la richiesta di una moratoria sull’utilizzo di questa tecnica, alla sua applicazione su embrioni umani in Cina, e anche in Gran Bretagna alcuni scienziati ne hanno richiesto l’autorizzazione; in ogni caso non si è ancora giunti alla creazione di un individuo da questi embrioni.

Ormai non ha quindi più senso pensare che l’applicazione di questa tecnica su embrioni umani possa essere impedita, dato che abbiamo già avuto i primi casi. Una buona regolamentazione in tutti i paesi è fondamentale per evitare gli scenari fantascientifici che terrorizzano tanto buona parte della popolazione e garantire allo stesso tempo la ricerca su nuove cure per le malattie genetiche, che forse dovrebbero essere temute più dell’eugenetica.

Francesco Starinieri

© riproduzione riservata


[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/6″][/vc_column][/vc_row]

Palestina e Israele: due popoli, due Stati

Nei giorni scorsi, Gideon Levy, giornalista israeliano, giustificava su Internazionale la rabbia palestinese come un’esplosione inevitabile e sacrosanta in una situazione di abusi unilaterali, in cui non ha più senso chiedersi che abbia ragione e chi abbia torto. Nello stesso articolo, citava l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, secondo cui, a ragion veduta, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime.

Sul fatto che la questione israelo-palestinese sia una delle più controverse di sempre ci sono pochi dubbi, sarebbe impossibile credere il contrario alla luce della complessità delle argomentazioni e del decorso tanto lungo quanto tormentato. Altrettanto impossibile, però, sarebbe guardare alla vicenda attraverso una lente bifocale. Perché è vero che anche i palestinesi hanno avuto storicamente le loro colpe, ma, arrivati a questo punto, cercare uno straccio di legittimità nella condotta di Israele sarebbe come affermare che i partigiani erano dalla parte del torto perché anche loro hanno ucciso delle persone.

Tuttavia, pur trattandosi in entrambi in casi di guerre di Liberazione, c’è almeno un motivo fondamentale per cui la lotta partigiana si è risolta come il Novecento ci insegna: l’occupante veniva da fuori, uno straniero che si è rivoltato contro l’alleato traditore. Nella questione israelo-palestinese si intrecciano invece problemi di natura intestina, di difficile convivenza fra minoranze e maggioranze etniche già stanziate sulla stessa terra con “troppa storia in troppa poca geografia”, dove assurde pretese bibliche sono diventate il pretesto per un esproprio territoriale e dove i ruoli e le responsabilità, però, troppo spesso vengono confusi. Una volta, una ragazza musulmana mi ha detto: “Mi incolpano di essere anti-semita perché appoggio la guerriglia palestinese, senza sapere che gli arabi sono una popolazione semitica. Io sono anti-sionista, che è diverso, altrimenti sarei contro me stessa”.

Amira Hass scrive su Haaretz che i giovani palestinesi non assassinano gli ebrei in quanto ebrei, ma perché sono i loro occupanti, i loro torturatori, quelli che li imprigionano, i ladri della loro terra e della loro acqua, quelli che li mandano in esilio e demoliscono le loro case.

E  proprio per queste ragioni, anche guardando alle ultime recrudescenze che stanno facendo parlare di “Terza Intifada”, se ancora esiste una soluzione al conflitto, la creazione di uno stato multietnico è quella meno azzeccata. Quantomeno per la difficoltà di convertire gli israeliani occupanti in tranquilli vicini di casa, dopo 70 anni di stragi, soprusi e pretese arroganti. Infatti, sostanzialmente uno stato binazionale ad oggi esiste -ed esisteva anche prima del 1967 e dei confini allora tracciati-, solo che in esso non convivono due gruppi pari, ma un pugno di padroni e una massa di sudditi.

Chi sostiene che una soluzione a due stati sia irrealizzabile, lo fa principalmente sulla base dell’estensione che hanno raggiunto gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e che, secondo questa teoria, non possono essere trasferiti. E’ bene ricordare però che l’occupazione è una violazione del diritto internazionale che si protrae da decenni, in funzione di un diritto all’autodeterminazione che continua ad essere esercitato unilateralmente. Come ribadisce in un’intervista sempre la Hass, qualora le colonie venissero smantellate e i coloni giustamente spostati in Israele, questi ultimi non dovrebbero comunque cambiare alcun aspetto della loro vita, né lingua, né abitudini, né sistema scolastico o sanitario. Solo dovrebbero abituarsi all’idea che uno Stato palestinese indipendente è geograficamente e legalmente giusto.

Il progetto che separa due popoli-due Stati, ampiamente discusso durante la conferenza di Annapolis del 2007, prevedeva la creazione di stati nazionali distinti, uno israeliano ed uno palestinese, quest’ultimo, come auspicato da Abu Mazen, autonomo e comprendente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Assieme ad altri temi caldi, quali la spartizione di Gerusalemme e il diritto di ritorno dei rifugiati palestinesi, veniva esposto al tavolo dei negoziati il problema delle colonie nel West Bank. Per capire quanto le trattative siano sfociate in un vicolo cieco, si guardi alla Cisgiordania oggi, che pur essendo formalmente parte dei “territori palestinesi”, dal 1967 è per la maggior parte occupata militarmente dalle truppe israeliane. Inoltre, stando a quando riportato dall’organizzazione non profit Kerem Navot, un terzo dell’intera regione è interdetta ai palestinesi per sedicenti motivi di sicurezza, col pretesto che si tratta di zone d’utilità militare. Tuttavia, il rapporto di Kerem Navot afferma che solo il 20 % di questi territori viene usato a tale scopo e solo una piccola parte di essi viene sfruttato periodicamente dall’esercito per esercitazioni di addestramento. Sembra piuttosto che il vero obiettivo degli ordini di chiusura sia impedire ai palestinesi l’accesso alle risorse, per concentrarne il più possibile nelle mani dei coloni.

Ecco perché uno stato multietnico è fantascientifico almeno quanto un Iraq in cui curdi, sciiti e sunniti convivono felicemente. Israele ormai ha una tradizione colonizzatrice così radicata che difficilmente riuscirà a svestirsi dei suoi panni di occupante, ad abbandonare gli insediamenti in territori che la comunità internazionale riconosce come palestinesi, ad accettare dei confini ridisegnati seguendo la necessità di autodeterminazione dell’altra parte in causa. E altrettanto difficilmente se ne andrà senza fiatare da Gerusalemme est, dopo che, senza particolari remore, da cinquant’anni sta violando la Green Line che separa le due parti della città rispettivamente assegnate.

In questo senso, ha ragione Ilan Pappé quando afferma che la priorità deve essere la decolonizzazione come la tappa obbligata per smontare la narrativa israeliana. Dopodiché si potrà parlare di pace.

Lucia Botti

© riproduzione riservata

Where pain becomes beauty

Luglio. Meriggio. A Firenze. Un’aspirante matricola in cerca disperata di case per poter fare il suo studio fa fuori sede, nel mentre si perde a visitare quello che gli capita lungo la via, a comporre un puzzle che definisce sempre di più la percezione della città.
A Firenze, l’arte sembra bloccarsi alla morte di Michelangelo, nel 1564. Di barocco c’è poco, dall’Ottocento in poi ancora meno (i Macchiaioli, pur assai produttivi, se li sono presi fuori Toscana). Nella sua vitalità, la città in realtà cela talvolta un sonno sereno sulle glorie artistiche passate. Un artista contemporaneo, se deve esporre in Italia, preferisce Roma, o Milano, o anche Venezia.
Athar Jaber no. Lui ha scelto Palazzo Medici Riccardi.
‘Si ma scusa chi è Athar Jaber?’ Lo so, ve l’ho spiattellato senza preamboli così vi farà lo stesso effetto sorpresa che ho avuto io.
Scendendo nei sotterranei del palazzo, si trovano i busti greco-romani un tempo della collezione della famiglia Riccardi. Accanto a loro ci sono altre sculture in marmo, bianche, ma diverse, irrispettose dei canoni classici. Quelle sono le opere di Athar Jaber.
Non è italiano, direste. Invece lo è. È nato a Roma nel 1982, da genitori iracheni, intellettuali fuggiti a causa del regime di Saddam Hussein, ma è poi cresciuto a Firenze. “Parlo e sogno in italiano”, dice l’artista, che pure ha completato la sua formazione in Nord Europa, Rotterdam, L’Aia, Anversa, e che pur insegna alla Royal Academy of Fine Arts di quest’ultima città.
Il suo cuore è rimasto nel Bel Paese e in particolare nella città del giglio: ecco perché l’esposizione è qui.
Ma guardando queste opere, sembra rintracciarsi anche qualcosa di quella sofferenza di quel Paese, l’Iraq, che lui non ha mai conosciuto.
La piccola ma interessante esposizione si chiama Where pain becomes beauty: quanto il dolore diventa bellezza.
Le sculture, in prevalenza teste umane, sono tutte mutilate, deformate, violentate. Jaber le ha scolpite con dolore, con violenza. Pannelli esplicativi indicano in quale modo lui ha agito su di loro, contro di loro. Gli strumenti del mestiere sono sempre quelli, ma dopo lui ci è andato giù con proiettili, bastoni, acidi.

12067954_956223191106107_1757819049_n (1)
Opus 5 n°4 – Head

Opus 5 nr. 7 – Head , ad esempio, è un pezzo di marmo che nella forma dovrebbe simulare una testa, ma è totalmente irriconoscibile perché crivellato da proiettili; così Opus 5 nr. 4 – Head, raffigurante un volto femminile, presenta un colore rosato e una particolare aspetto ‘sciolto’ dovuto all’acido che vi è stato buttato addosso (non vi ricorda niente?).

12053187_956223391106087_442233674_n
Opus 5 – Child’s Head

Ancora, Opus 5 – Child’s Head presenta il volto di un bambino completamente devastato da quelle note deformazioni che troppo affliggono i nascituri nei Paesi sottosviluppati.

Si tratta dunque di una riflessione sul dolore e sul male che lo causa: avvenimenti iracheni, ma anche una sofferenza universale, al di là delle contingenze. Secondo Jaber, l’opera d’arte, oggi, non può non esprimere questo male perché tale è il mondo: lui stesso afferma che la natura umana non gli piace, in quanto autrice e vittima del dolore. Rimangono comunque manufatti artistici e, pur nella violenza dello stile, non fanno ripugnanza, ma generano quel godimento estetico fine a sé stesso che in fondo è il principale scopo dell’Arte.

Traspare un effetto di sospensione e leggerezza, accentuato dall’oscurità dell’ambiente e dal semplicissimo e ripetitivo titolo che accompagna le opere, opus, seguito dal numero di serie (in mostra vi sono Opus 4, serie realizzata tra il 2009 e il 2013, e Opus 5, immediatamente seguente).
Pain becomes beauty. Come?
La testa femminile succitata è esposta vicino al busto di Vibia Sabina, moglie dell’imperatore Adriano. Un torso maschile, della serie Opus 4 (più classicistica nella ricerca artistica), è nella sala con il ritratto frammentario dell’imperatore Caracalla. Così le altre sculture, tutte vicine a opere antiche, scheggiate e frammentate, anche loro vittime di un male (dispersioni, furti, crolli…), eppure per noi eterni paradigmi estetici. L’opera d’arte non necessariamente è perfetta se raggiunge la perfezione formale.
Jaber sembra quasi voler esasperare e personalizzare in forme nuove la ricerca sul ‘non finito’ del suo concittadino, Michelangelo (esposto proprio lì a due passi, alla Galleria dell’Accademia), applicandola allo stesso materiale, il marmo, simbolo della scultura toscana.  Una visione innovativa dell’Arte, che si inserisce nella tradizione accademica ma riusando una tecnica che tale tradizione ha cercato di oscurare perfino dal catalogo di Michelangelo.

Spesso sento dire che quello che faccio è anacronistico perché uso il marmo e uso figure umane. Ma anche la musica classica contemporanea fa ancora uso di orchestre, violini, flauti, pianoforti.
(Athar Jaber).

P.s.: brutta notizia, la mostra è stata aperta fino al 31 Luglio. Ma non disperate, il nostro giovane scultore ha un sito personale. Andateci, vedrete altre sue opere e le date di nuove esposizioni.

Gioele Scordella

© riproduzione riservata