AAA Scuola in vendita?

Ancora una volta il diritto dei giovani, il nostro diritto ad avere una buona formazione e poter quindi sperare in opportunità future viene calpestato in nome delle manovre finanziarie e tagli economici, applicati come al solito al settore che sembra essere considerato il più superfluo, ossia la Cultura. Infatti, se il DDL ex Aprea venisse approvato in Senato, e divenisse così una legge effettiva, la spending review apporterebbe alle scuole pubbliche tagli di ben 183 milioni di euro. Tagli che avrebbero una serie di conseguenze, da quelle relativamente meno gravi (ad esempio, in Abruzzo, la Regione ha eliminato sia le borse di studio che i rimborsi delle spese scolastiche a circa 1300 famiglie, come informano dati del Collettivo Studentesco di Pescara), a quelle più pesanti, come l’aumento delle ore di lavoro per il corpo docenti da 18 ore settimanali a 24 a parità di stipendio a discapito della qualità dell’insegnamento (vedi “La protesta, troppo tardi!?” di Prof.James). Con l’approvazione del decreto verrebbero inoltre stanziati 233 milioni di denaro pubblico alle scuole private: finanziamento che ci sentiamo di definire anticostituzionale, dato che l’articolo 33 afferma espressamente che: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, SENZA ONERI PER LO STATO”. Considerando la situazione critica in cui ci troviamo, la “beneficienza” ad Istituzioni non bisognose è oltremodo inopportuno.. Ma l’aspetto della riforma che più indigna gli studenti è quello riguardante l’abolizione del Regolamento Nazionale che dà direttive comuni nelle scuole di tutta Italia circa le assemblee degli studenti e il Consiglio d’Istituto. Quest’ultimo, per l’appunto, verrà modificato e prenderà il nome di Consiglio d’Autonomia, all’interno del quale il numero dei rappresentanti d’istituto verrà dimezzato (da 4 a 2), andando così a insidiare il carattere democratico delle modalità decisionali. Con una maggioranza di voti favorevoli consistente in almeno due terzi del neo Consiglio di Autonomia verrebbero anche introdotti due rappresentanti di enti privati, che potrebbero sostenere la scuola con dei finanziamenti: seppur in prospettiva, la concezione dell’istituzione Scuola come azienda rischia di diventare una realtà inquietante. In aggiunta, il decreto legge prevede una maggiore autonomia nella gestione delle norme sul diritto di assemblea: ciascuna scuola, ma diciamo pure ciascun dirigente, è libero di scegliere autonomamente quando e come (e, soprattutto, se) concedere l’assemblea. Risulta quindi abbastanza chiaro che i poteri del Dirigente sarebbero decisamente maggiori, non solo nella regolamentazione delle assemblee, ma anche nella scelta dei membri esterni, nella gestione dei finanziamenti e nelle facoltà decisionali. Tutto autonomamente e separatamente dagli altri Istituti: ovvero contro l’impostazione dei Padri Costituenti che hanno voluto salvaguardare l’uniformità del sistema scolastico nazionale in quanto “organo costituzionale”ed esasperando lo spirito della riforma del 1997 (che prevedeva l’Autonomia al fine precipuo di poter garantire ad ogni scuola un’identità formativa -pof- e maggiore vicinanza al territorio). Per essere più espliciti, si tratterebbe di “un’atomizzazione del sistema che favorirebbe una concezione mercantile della scuola, con il risultato di favorire quelle più appetibili per il mercato”, come ci spiega Giansandro Barzaghi, presidente dell’’Associazione NonUnodiMeno’. A tutto ciò gli studenti si ribellano, e con le varie proteste gridano il loro “noi – non – ci – stiamo”: non ci stiamo a restare a guardare la scuola che viene calpestata, venduta. Non ci stiamo a farci portare via il nostro diritto all’Istruzione.

Chiara D’Aloisio

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L’eco della Protesta dei Prof

Taglio di 182,9 milioni di euro predisposto dalla legge di stabilità, passaggio dalle 18 alle 24 ore settimanali (‘addolcito’ dal riconoscimento ‘ufficiale’ di 15 giorni di ferie in più), conseguente peggioramento della qualità dell’insegnamento, i tagli annunciati dal ministro Profumo di circa 10.000 cattedre. I professori iniziano a mobilitarsi. C’è chi ha replicato alle loro lamentele facendo notare che un operaio, in media, ha un lavoro che sfiora le 40 ore settimanali e uno stipendio spesso più basso. Molti invece hanno sostenuto che gli insegnanti italiani lavorano meno rispetto ai colleghi europei, e che fosse dunque necessario adattarsi. Ma secondo la banca dei dati Eurydice della Commissione Europea, in Europa la media delle ore lavorative è di 18,1 per la scuola secondaria di primo grado e 17,6 per la secondaria di secondo grado (si va dalle 23 ore settimanali della Scozia alle 14 di Turchia e Polonia). Inoltre risulterebbe che gli italiani, rispetto ai docenti di molti altri paesi, abbiano uno stipendio decisamente più basso. I professori hanno motivato le loro proteste facendo appello alle ore di “lavoro invisibile”. Invisibile perché dietro alle 18 ore ce n’è un’altra consistente quantità trascorsa tra compiti da correggere a casa, preparazione delle lezioni, riunioni con i genitori, programmazione delle attività collegiali e aggiornamenti vari. E per dimostrarlo hanno portato questo lavoro anche in piazza, riunendosi in alcune città italiane, tra cui anche Pescara, per dei flash mob in cui hanno simbolicamente corretto compiti e preparato lezioni dinanzi a tutti. E anche se la gran parte dei docenti si è limitata ad esporre in classe le proprie lamentele, pian piano nelle scuole stanno iniziando a prendere provvedimenti più “concreti”, decidendo di sospendere i viaggi d’istruzione, gli sportelli pomeridiani e talvolta anche gli scrutini e il ricevimento dei genitori. Questa presa di posizione da parte degli insegnanti crea disagio e soprattutto amarezza in noi ragazzi, che in prima persona soffriremo delle ripercussioni che avranno le loro decisioni. Ma abbiamo capito che è necessario iniziare a guardare oltre, a comprendere i fattori che li spingono ad agire con forme di protesta così forti. Anche perché, al di là della questione delle ore e dello stipendio in sé, si andrebbero a svalutare i docenti che continuano ad insegnare con motivazione, con una vera passione per la loro materia, e che sanno ancora accendere l’interesse nei nostri occhi.

Sara Prosperi

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Legge sbagliata, Ragazzi giusti

Foto in bianco e nero: una ragazza dai capelli lunghi agita un cartellone. “La scuola agli studenti”. Una folla di giovani la circonda: occhiali tondi, camicie a fiori, jeans, maglioni a righe e vestiti a frange. Tutto è impregnato dello spirito ribelle di quel lontano 68. Foto a colori: dall’alto tanti studenti seduti nel cortile della scuola. All-star ai piedi, ragazze in leggins, occhialoni neri, pantaloni slim-fit. Non sono più quegli studenti di ieri, oramai divenuti fantasmi, eco lontano del passato. Sono gli studenti di oggi, quelli di carne. Causa: il ddl ex Aprea. Davanti al clima di fermento velocemente diffusosi in tutta Pescara ogni studente ha dovuto con altrettanta rapidità lavorare alla costruzione di un proprio punto di vista. Non solo sul decreto stesso e quindi sui suoi pro e sui suoi contro bensì sul fatto di protestare o meno e quindi con che modalità passare all’azione. E’ facile che una protesta venga mossa da un senso di Rabbia collettivo e porti a gesti sconsiderati. Altre volte la protesta è spinta da un profondo senso di Giustizia individuale che dice: “Sveglia! C’è qualcosa che non va! Scopri cos’è!” . Ciascuno di noi ragazzi ha dentro questa voce ed è in questo che risiede la bellezza della gioventù: un grido interno, che anela a capire, comprendere, cambiare ciò che ci viene negato di conoscere; un’attrazione spontanea verso la verità. E’ il senso di giustizia la nostra carta vincente. La protesta deve essere mossa ma da questo spirito. La prima forma di contestazione è l’informazione, contro chi ci vuole ignoranti. Poi c’è il grido collettivo lì dove ci vogliono muti. Ma questo grido deve essere civile e non animalesco, rabbioso. Solo così si potrà dimostrare che l’interesse al decreto è spontaneo e genuino e non è condizionato dalla volontà di saltare le ore di lezione, che non è un movimento mosso dalla rabbia incondizionata e gratuita verso le istituzioni. Puntare prima sull’autogestione per informare gli studenti. Poi su manifestazioni simboliche in orario extrascolastico, sulla divulgazione dei media. Se è vero che vogliono toglierci la parola, noi parliamo. Stiamo attenti che i mezzi stessi non impediscano il fine: quello di una scuola serena, di un’istruzione ottimale per tutti. Non neghiamoci da soli la conoscenza, l’unico strumento che ci permette di non essere schiacciati. Nulla, neanche una legge sbagliata, deve compromettere il nostro senso di giustizia.

Agnese Mecella

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Oriana Fallaci: Intervista con la storia

fallacistoriaDa chi è fatta la storia? Dal popolo o dai “capi”? E perché solo pochi hanno il potere? Questi pochi, questi “capi” sono forse più intelligenti di noi, più forti, più illuminati, più intraprendenti?
Queste sono le domande che guidano il percorso che Oriana Fallaci compie nella sua “Intervista con la storia” (o anche “Intervista con il Potere”), un libro che lei stessa definisce nella premessa <<una testimonianza diretta su ventisei personaggi della storia contemporanea, un libro che non vuole promettere nulla in più di ciò che promette: vale a dire un documento a cavallo tra il giornalismo alla storia>>. E di certo l’impeccabile strategia giornalistica della scrittrice non manca di tracciare una testimonianza talmente veritiera da risultare spietata: Oriana studia alla perfezione le sue interviste a tavolino, in modo da mettere in crisi la “vittima”, farla sorridere prima e temere poi, affascinarla e mostrarsi a sua volta affascinata, incanalare il discorso in modo da accompagnare il pensiero del politico sotto torchio fino a spingerlo nella direzione che mai avrebbe voluto intraprendere, colpirlo nei suoi stessi errori e costringerlo a mostrare la sua vera strategia.
Passando con un’incredibile disinvoltura da Henry Kissinger a Willy Brandt, da William Colby a Golda Meir e Indira Gandhi, da Giulio Andreotti a Giorgio Amendola, Oriana Fallaci inquadra e delinea brillantemente la psicologia di ogni suo personaggio in ciascuna intervista, mettendone in risalto le contraddizioni, gli ideali, le vittorie e i fallimenti, senza risparmiare una costante critica al “superpotere” a volte più e a volte meno esplicita. Ogni intervista è inoltre preceduta sempre da una descrizione del soggetto in questione e un’introduzione al contesto politico e culturale in cui è collocato.
“Intervista con la storia”, oltre a offrirci un quadro completo della storia politica e sociale degli anni ’70 (preludio della nostra attuale condizione), ci mostra come la nostra storia sia stata costruita con fatica da uomini, prima che da impeccabili e imperscrutabili personaggi politici, uomini come noi, uomini che a volte si sono trovati semplicemente al posto giusto al momento giusto con le giuste capacità, uomini che sbagliano e che a volte vengono delusi, che a volte deludono.
Credo che questo sia uno di quei libri che aiutano a formare il proprio pensiero sulla storia che stiamo vivendo e che stiamo cominciando a costruire anche noi. Come emerge soprattutto nell’ultima intervista, la più bella e toccante del libro (quella rivolta ad Alessandro Panagulis, uno dei capi della resistenza greca contro la tirannia dei Colonnelli e futuro compagno della scrittrice stessa), “Intervista con la Storia” è una spietata condanna al potere, un incoraggiamento alla disubbidienza e un invito ad un’incondizionata e instancabile lotta per la libertà.

Chiara D’Aloisio

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