Progetto ideato e realizzato da Fabrizio De Gregorio
copertina di Sophie Lamoretti
artworks di Paolo Gattone

La fine della felicità Occidentale

un saggio di Martina Patriarca

Dubai, il sogno arabo
contro quello occidentale

un reportage di Jay Tornaquia e Fabrizio De Gregorio

Breve storia del futuro occidentale

un saggio di Fabrizio De Gregorio
Questo longform è stato creato da 5 ragazzi con un’età media di 22 anni e 6 mesi, senza nessun editore, con soli contributi volontari. Facciamo tutto questo perché ci piace raccontare il mondo, un’idea alla volta.
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La fine della felicità Occidentale

un saggio di Martina Patriarca

Dubai, il sogno arabo
contro quello occidentale

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Breve storia del futuro occidentale

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La fine della felicità Occidentale

Martina Patriarca

Vecchio-Occidente-Editoriale-VS

La fine della felicità Occidentale

Martina Patriarca

  • Nata a Pescara, durante gli studi classici inizia a maturare la propria coscienza politica a partire dalle lotte studentesche e l’interesse per i “gender troubles”.  Per alcuni anni frequenta le federazioni della sinistra locale, poi -delusa e disillusa- uscirne e imboccare la strada autonomamente. Oggi è studentessa di Filosofia.

L'Occidente, ieri

Quando pensiamo alla culla della civiltà occidentale, ancor prima che ci appaia l’immagine geografica dell’anello frastagliato di isole e penisole che cinge il Mediterraneo, subito la mente rimanda a quel mondo, mitico e storico, che ci è stato tramandato dall’Illiade e dall’Odissea. Di fatti, in tutte le culture dove il pensiero e l’azione morali sono strutturati in base ad una qualche versione dello schema “classico”, i mezzi principali consistono nel raccontare storie; dove sono prevalsi (e dove ancora oggi prevalgono) il cristianesimo, il giudaismo o l’islam, le storie delle sacre scritture sono importanti come qualsiasi altra, e ciascuna di queste culture possiede un insieme di storie che le sono peculiari poiché derivano dalla propria età eroica ormai scomparsa.
Pertanto, l’Illiade e l’Odissea non si limitano ad essere le principali fonti storiche della forma prima ed originaria che assunse la civiltà in questione, ma costituiscono, piuttosto, un’ampia testimonianza di quello che fu il codice etico e politico della società eroica del “mondo omerico”, nonché lo sfondo antropologico della nostra più remota tradizione. In questo senso, entrambe ci raccontano della prima formulazione specifica dell’idea di felicità occidentale.

C’è una domanda cruciale in ogni discorso da spiaggia, da bar, da social network, che abbia un contenuto di tipo morale: perché dovrei essere buono, onesto, leale, rispettoso delle leggi, “virtuoso”, e rinunciare così ai vantaggi della menzogna, della frode, magari del delitto? La filosofia morale greca – la cui tradizione domina l’intera etica occidentale fino al Settecento – dava a questa domanda una risposta precisa: perché la virtù è la sola garante di una buona realizzazione di sé nel mondo. Perché solo così sarai felice.

Per questo aspetto, la storia dell’etica classica è quella di un immenso sforzo per mantenere, nonostante tutto, l’idea che la felicità è il premio alla virtù, e dunque l’incentivo a praticarla, eliminandone il carattere paradossale attraverso una progressiva elaborazione dei caratteri da assegnare alla felicità stessa.

Nei versi dell’Illiade la parola “virtù” (areté) è usata per designare una qualche forma di eccellenza: un corridore veloce, per esempio, sarà virtuoso nel correre velocemente.
In una simile concezione dell’eccellenza umana non è difficile riconoscere la posizione centrale che assume la forza fisica (e virile, naturalmente) o il fatto che il coraggio sia una delle virtù principali. Essere coraggiosi, allora, significava essere qualcuno su cui si può contare, e difatti il coraggio risultava essenziale anche nell’amicizia, i cui legami erano modellati su quelli di parentela, che spesso veniva giurata formalmente, così da contrarre reciprocamente gli obblighi dei fratelli – i cosiddetti “giuramenti di sangue” (mafiosi o neopagani…) non sono che il retaggio di questo tipo di “reminescenza morale”. E in amicizia come in amore, l’elemento che forniva la garanzia fondamentale dell’unità della stirpe è la fedeltà; così Andromaca ed Ettore, Penelope ed Odisseo, erano “amici” né più né meno di Achille e Patroclo.

Nel mondo omerico, perciò, il coraggio non era importante solo come qualità del singolo individuo, ma come presupposto necessario per sostenere una stirpe e una comunità; la gloria (kùdos) apparteneva sì all’individuo che eccelle in battaglia o in una gara, ma era tale soltanto se riconosciuta e celebrata dal proprio gruppo di appartenenza.
La caratteristica fondamentale della società arcaica del mondo omerico – e la differenza cruciale rispetto a quella contemporanea – è, dunque, che nelle società eroiche l’io diventa ciò che è solo attraverso i suoi ruoli: è una creazione sociale, non individuale. E la partecipazione totale a questa creazione costituisce l’unico fine degno di essere perseguito. L’unica possibilità di realizzare la propria felicità.

Il codice etico-comportamentale tradizionale, dopo qualche secolo, però, entrò in crisi: l’età arcaica del mondo omerico lasciò il passo al secolo che inaugurò l’età classica e il trionfo della democrazia di Atene – che divenne il centro politico e culturale del mondo greco – ma anche a grandi tensioni. La Guerra del Peloponneso e lo scontro militare e culturale coi Persiani indebolirono l’autonomia politica delle pòleis e, più profondamente, minarono la fiducia nel contenuto di verità dei valori fino ad allora considerati universali.
Dal punto di vista antropologico, l’incontro/scontro con l’Altro (l’Oriente, appunto) produsse il relativismo sofistico da un lato, e dall’altro – a partire da Platone ed Aristotele – il tentativo di rielaborare i principi tradizionali della società omerica rinnovandoli in virtù dei mutamenti sociali e politici allora in corso.

La “visione greca delle virtù”, intesa nella struttura unitaria fornitale dal contesto della società eroica, si dissolse così in una molteplicità di visioni differenti e contrastanti: mentre gli eserciti greci erano impegnati nel tenativo di fronteggiare il nemico persiano, la nuova generazione dei poeti tragici si scontrava con quella conservatrice degli aedi, il relativismo sofistico con la metafisica Platonica, la democrazia ateniese con i primi regimi tirannici.
Per l’uomo omerico non potevano esserci modelli cui appellarsi all’infuori di quelli inclusi nelle strutture della propria comunità, per l’uomo ateniese, invece, la faccenda si fa più complessa: la sua comprensione delle virtù gli fornisce modelli con cui può mettere effettivamente in discussione la vita della propria comunità e indagare se questa o quella linea di condotta sia giusta o meno. La città è un guardiano, un padre (come il sovrano), un maestro, anche se ciò che insegna può condurre alla messa in discussione di questo o quel tratto del suo stile di vita. Perciò il rapporto tra l’essere un buon cittadino e l’essere un uomo buono diventa un problema fondamentale della società classica, tanto che in molti dei primi dialoghi di Platone, Socrate interroga uno o più ateniesi circa la “natura” di una data virtù, come il coraggio, la pietà, la giustizia, in modo tale da far cadere in contraddizione il suo interlocutore, da metterlo di fronte ai propri retaggi morali svelandone la sostanziale acriticità.

“Noi”, uomini e donne di questo secolo, il ventunesimo, di questo luogo, la cosiddetta Europa, sembreremmo così nietzschianamente destinati a ri-vivere le contraddizioni e la precarietà esistenziale di chi è spettatore della Storia che cambia, che riporta alla terra delle questioni morali, quelle per cui non esiste né pare potrà mai esistere alcun progresso.

L'Occidente, oggi: l'Occidente, forse

Nel nostro immaginario comune, l’Europa era e rimane il cuore pulsante dell’Occidente, e l’Occidente non è solo la zona geografica che indichiamo sul planisfero né il prodotto geopolitico della storia sorto in seno alla modernità, ma la nascita e l’ “evoluzione” dei pensieri dei popoli che l’hanno attraversato e che lo attraversano, un’identità di sintesi che sottende una serie di tratti – culturali, politici, economici e religiosi – in buona parte condivisi dalle comunità che vi partecipano.
Come ogni identità, tuttavia, è mutevole: nasce con la civiltà greca, cresce con l’Impero Romano, inaugura la cristianità e la “supera” con l’Illuminismo; si definisce in alterità ad un opposto, e l’Altro, in questo caso, è l’Oriente: i persiani e i troiani per i greci, gli egizi rispetto ai romani, i bizantini rispetto ai franchi, i mussulmani per i cristiani, gli slavi per gli europei.

Ai giorni nostri, non solo questa identità è compromessa per ragioni di egemonia politica ed economica, ma anche (e soprattutto) per ragioni di natura squisitamente filosofica, etica. Proprio la filosofia, la politica, sin dagli antipodi, sono state il sale e la spinta propulsiva del progetto occidentale-europeo: i riferimenti che, al netto di tutto, ne guidavano i passi indicando la meta, il fine: la felicità. Il desiderio di felicità – gli antichi lo capirono presto – è un anelito perenne dell’esistenza conscia, un bene incancellabile dell’esperienza della vita umana e, pertanto, una delle sue finalità, se non la principale.

Quando parliamo di “tramonto dell’Occidente” ciò a cui ci si riferisce è soprattutto la dissoluzione dell’idea di un significato e di una direzione unitaria della storia dell’umanità, che nella tradizione moderna è stata una specie di sottofondo continuo del pensiero occidentale, il quale considerava la propria civiltà come il massimo livello evolutivo raggiunto dall’umanità e, su questa base, si sentiva però chiamato a civilizzare, anche a colonizzare, convertire, stuprare, sottomettere tutti gli altri popoli con cui entrava in contatto. Al contrario, il ventesimo secolo pare aver inaugurato il suo crepuscolo, lasciando alla luce soltanto gli attuali risultati della promessa di felicità – tradita – che l’Occidente ha fatto al mondo. Nel tempo – che è il nostro – del capitalismo “assoluto”, dell’idea di progresso sostituita da quella de “la produzione per la produzione” e svuotata di qualsiasi significato etico, la felicità diviene un prodotto e una merce, e la tecnocrazia – intesa come l’egemonia della Tecnica, che non corrisponde alla Scienza, ma alla concezione dominante secondo cui l’unico valore reale è l’abilità, l’atto di scaltrezza dell’intelligenza pratica che riesce nel proprio intento, a prescindere da quale sia e da come lo raggiunga – soffoca la prassi politica e relega la filosofia agli ambienti esclusivamente accademici, rendendo impossibile lo svolgimento di un discorso etico critico, prolifico e realmente partecipato.

Non c’è infatti alcuna voce autorevole che possa sentenziare sul valore delle questioni eccetto che quella impersonale e “scientifica” dell’economia, della statistica: ciò che conta è trovare in fretta una soluzione a cifre tonde ad una crisi che pare sia sopraggiunta (e dovesse sopraggiungere) come uno tsunami sfuggito ai calcoli delle maree, piuttosto che come la conseguenza inevitabile di una serie di precise scelte, politiche ed economiche, decisamente sbagliate.
L’impotenza della politica (come della filosofia) a trovare, indicare e proporre una soluzione è tale perché non c’è più posto per le idee, né tantomeno per le pretese di verità o le proposte di senso; difatti, pare non esserci più distinzione tra questioni tecniche e questioni morali. Anzi, ci si illude che la ragione strumentale dei fini e dei mezzi sia l’unico criterio valido sul quale fondare il concetto (e la messa in atto) di ciò che è utile, efficace, e quindi “morale”.

In un mondo simile, dal punto di vista della temporalità, non esiste futuro cui proiettarsi: la precarietà di un eterno presente fa dell’universo un’arena di continui e costanti conflitti tra singoli individui che, sempre più soli, giocano a sopravvivere in un mondo di pescecani. L’uomo occidentale sembra aver rinunciato all’idea di una propria natura sociale e politica, collaborativa, comunitaria. Ciascuno costituisce un microcosmo a sé stante, dotato della propria peculiare verità, del proprio dramma personale, di una “storia”, un’identità, assegnatagli dalle proprie caratteristiche – biologiche, etniche, culturali, religiose – dalle cui determinazioni non riesce ancora a svincolarsi, e di un’altra storia, invece, da inventare -scrivere – da scegliere, che – nella maggior parte dei casi, per motivi legati principalmente alla disponibilità materiale dei mezzi, anche interpretativi – sembra però impossibile da concretizzare.

Se ogni individuo rimane intrappolato nella fitta ragnatela di una società al collasso, e se al contempo resta sospeso tra il dramma personale della propria realizzazione e quello di una collettività di cui, in sostanza, partecipa solo virtualmente, nemmeno l’unica “arma” rimasta – l’espressione del pensiero tramite il linguaggio, l’incarnazione di un nuovo ideale, una qualsiasi forma di “disobbedienza etica” – può salvarci: siamo nella Babele del discorso morale, dove le tesi, i contenuti dei discorsi – a partire da quelli da spiaggia, da bar, dei dibattiti televisivi o sui social network – seppure siano grossomodo riconducibili a posizioni e categorie filosofiche differenti, tutte prettamente occidentali, si scontrano senza alcuna possibilità di sintesi.

Il panorama attuale europeo, da questo punto di vista, appare estremamente simile alla conclusione – tragica – di un dramma sofocleo, dove la felicità è al contempo un fantasma e un imperativo. Non esiste, ma si deve essere felici – o almeno sembrarlo – a costo di accettare la logica del “darwinismo sociale” fino a desiderarla, ad incarnarla.

Il paradosso etico delle società contemporanee occidentali (e occidentalizzate) pare, dunque, che la crescita del desiderio di felicità degli individui che ne partecipano sia direttamente proporzionale alla crescita del tentativo di ignorarla al livello della teoria etica e politica. Al contrario, nell’età classica l’etica cominciava proprio col concetto di felicità, inteso come l’ultima ragione d’agire degli esseri umani, e lo stesso concetto doveva informare il pensiero politico, sull’assunto che la politica ha il compito di aiutare i cittadini a ottenere ciò a cui maggiormente aspirano.

La riflessione etica era alla base dello sfondo filosofico di quel codice dichiarato e accettato come norma di costume, garanzia per la felicità; le leggi, la politica, il teatro, ne erano “soltanto” i mezzi pratici. Da questo punto di vista, una comunità politica era più forte quanto più offriva risposte migliori alla felicità dell’uomo, e forse è anche per questo che le difficoltà che attualmente s’incontrano sulla strada per un’Unione Europea più forte e coesa, o semplicemente diversa, sono strettamente collegate alla perdita di una visione culturale comune su questo aspetto chiave della vita etica e politica. Ma se non esiste un’idea centrale e peculiare de “il Bene” alla base della stessa concezione e della prassi politica europea, non esiste neppure l’Europa.

Gli USA dopo il Muro: dominio unipolare o caos multipolare?

Paolo Marzi

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Gli USA dopo il Muro: dominio unipolare o caos multipolare?

Paolo Marzi

  • Nato a Siena il 2 gennaio 1992, maturità classica e laurea in Scienze Politiche all’Università di Siena. Si sta specializzando magistrale in European Studies, con la speranza di lavorare un giorno per l’Unione Europea.

Il 25 Dicembre del 1991 Mikhail Sergeyevich Gorbachev, a soli quattro mesi dal fallito golpe nei suoi confronti, diede le dimissioni da Presidente dell’URSS, decretando così un esito sancito già molti mesi prima dall’accordo di Belaveža tra Russia, Bielorussia e Ucraina: la definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il rovinoso epilogo dell’esperienza del socialismo reale segna, sia per gli Stati Uniti sia per l’Europa intera, non solo il tramonto dello storico Grande Nemico, quanto piuttosto la fine di un preciso ciclo geopolitico, fondato sulla stabilità di due poli ben distinti e antitetici fra loro, eppure allo stesso tempo incapaci di prevalere militarmente l’uno sull’altro.

La Guerra Fredda attraverso una prospettiva storicista

Se pensiamo all’antica Grecia, non risulterà poi così difficile trovare forti riscontri tra questa sfida per la supremazia finale e un periodo storico ben definito: il secolo di guerre che coinvolse Sparta ed Atene prima contro l’Impero Persiano e poi  con la Guerra del Peloponneso. Forzate alla collaborazione contro un nemico ben al di fuori delle loro capacità, infatti, due poleis si posero a capo di un’alleanza di città greche, sfidando gli eserciti achemenidi e scacciandoli con successo dall’Ellade per ben due volte. Questa inusuale alleanza “pan-greca” in funzione anti-persiana fece progressivamente emergere l’influenza e la leadership della polis ateniese, la quale riuscì ad espandere il proprio “impero” marittimo e le proprie ricchezze grazie alla fondazione della Lega delio-attica; a questo primo “blocco” si venne a contrapporre con sempre maggior vigore la Lega peloponnesiaca, capitanata proprio da Sparta. Le forti differenze socio-politiche tra le due città vincitrici delle guerre persiane (marittima e “culturale” la prima, militarista la seconda), unite alla reciproca volontà di espandere la propria egemonia sul territorio greco, portarono inevitabilmente ad un punto di rottura. La guerra che da ciò prese piede fu etichettata dallo storico Tucidide come “il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci”, conclusosi infine con la vittoria di Sparta e l’imposizione del modello dei vincitori (quello oligarchico dei Trenta Tiranni) ai vinti.

Certo, se si guardasse alla teoria dei cicli storici, tutto questo avrebbe perfettamente senso: la Germania Nazista come i Persiani, le poleis greche rappresentate dagli Alleati e, per finire, la rivalità Sparta vs. Atene che si rispecchia in quella sovietico-americana. La storia si ripete, ipse dixit Giambattista Vico: così come i greci formarono un’alleanza contro i persiani per poi dividersi in due blocchi, così la grande Alleanza antifascista cedette il passo alla Guerra Fredda; una visione, quella ciclica dei principi costanti, che si rifà a filosofi della fama di Platone e Aristotele, padre del ciclo delle tre forme di governo. Non la pensa così, tuttavia, Francis Fukuyama: secondo il politologo statunitense, divenuto famoso durante gli anni Novanta per le sue teorie post-sovietiche, la storia avrebbe un carattere non ciclico, bensì unidirezionale. I vari processi storici, quindi, non sono da intendersi come una ripetizione di avvenimenti dovuti a leggi generali, ma come un unicum in cui la somiglianza di scenari ed eventi storici, distanti anche millenni, è riconducibile meramente alla psiche umana, ovvero alla semplice capacità di accostamento.

In effetti, a ben guardare, sono molteplici i fattori che partecipano a rimarcare la differenza fra le due epoche storiche. Si pensi innanzitutto al concetto stesso di “guerra”: mentre il conflitto fra Sparta e Atene fu combattuta per terra e per mare, il conflitto USA-URSS non si è mai trasformato in uno scontro militare vero e proprio, sebbene in molteplici occasioni si sia arrivati pericolosamente vicini a tale “obiettivo” (crisi dei missili di Cuba in primis, ma anche i due blocchi di Berlino Ovest etc.). La contrapposizione tra i due blocchi, in questo caso, si esprimeva non sulla potenza delle proprie truppe, quanto piuttosto sulla quantità di testate nucleari, sui progressi tecnologici raggiunti, sui paesi sotto la propria influenza e, ultimo ma non ultimo, sugli outcomes delle varie policies. Il conflitto in questione abbracciava, quindi, una serie di categorie complementari alla sfera militare, come per esempio la politica e, soprattutto, l’ideologia: dal momento che l’inevitabilità della mutual assured destruction rendeva impossibile lo scenario di un nuovo conflitto globale, la sfida fu costretta  necessariamente a spostarsi sul piano della weltanschauung. E così il campo comunista faceva tutto quello che era in suo potere per screditare il modello borghese-capitalistico degli stati occidentali (e viceversa il campo capitalista per i paesi comunisti) attraverso la crescita economica, il numero di occupati, la propaganda internazionale, i successi in campo tecnologico e, ovviamente, sul numero di paesi che abbracciavano il suo modello di riferimento.

La scelta, per i vari paesi del mondo, era (quasi) obbligata: l’Europa era oramai divisa secondo i confini definiti dalla WWII, mentre ai paesi extraeuropei si chiedeva di scegliere (e in molti casi questa possibilità non fu data, ex. America latina) tra un’economia di mercato o divenire una Repubblica Popolare. Ovviamente ci sono stati anche casi di paesi capitalisti affiliati al mondo comunista, così come alcuni tra gli stati capitalisti non potevano dirsi democratici; vi era persino un Movimento di paesi non allineati che tentava (invano, se non con eccezioni residuali) di mantenere un equilibrio di distanze rispetto a entrambi gli schieramenti. La geopolitica che si venne a creare dal 1947 in poi, quindi, disegna uno scenario, come già accennato prima, marcatamente bipolare: o si parteggiava (più o meno velatamente) per gli USA, o si era dalla parte sovietica. Una situazione di brutale semplicità, in cui i paesi che tentavano di muoversi da uno schieramento all’altro venivano fatti forzatamente ritornare all’ovile, e in caso contrario il paese in questione diveniva terra di scontro: proxy wars, in cui le varie fazioni pro-USA e pro-URSS si scontravano per il potere con ogni mezzo a loro disposizione.

La rottura definitiva di questo equilibrio pluridecennale, tuttavia, non si realizzò in Corea o in Vietnam, bensì con il crollo stesso del sistema sovietico. I progressivi successi internazionali conseguiti negli anni ’70 non riuscirono, infatti, a risolvere il problema di un’economia allo sbando e di un apparato politico oramai incapace di rinnovarsi, come dimostrano i rovinosi effetti della segreteria Gorbachev: mentre la perestroika portò ad una ulteriore destabilizzazione macroeconomica, la glasnost finì con l’impedire all’URSS di imporre il proprio volere sia al suo interno sia con i paesi del Patto di Varsavia; l’Autunno delle Nazioni e la caduta del Muro furono semplicemente le estreme conseguenze di uno sistema oramai agonizzante.

 

Bipolarismo

Il mondo bipolare, mappa realizzata da Sophie Lamoretti

Il New World Order secondo di Fukuyama: la nascita dell’unipolarismo americano

Anche questo evento tuttavia, nonostante l’importanza storica della sua portata, rientra perfettamente nello schema prospettato dallo stesso Fukuyama. L’unidirezionalità della storia non avviene, secondo il politologo americano, in maniera caotica e/o con eventi e situazioni sconnesse fra loro, ma segue al contrario uno specifico percorso di evoluzione razionale, il quale porta l’uomo a perfezionare e migliorare costantemente il proprio sistema politico. Questa sorta di natural path si sviluppa nei secoli attraverso oligarchie, monarchie e dittature per arrivare, pur con tutte le differenze e le eccezioni del caso, verso una meta ben precisa: la democrazia liberale. La riprova di tutto questo si può facilmente riscontrare nel crollo stesso dei vari esperimenti politici susseguitisi nel corso della storia: come l’assolutismo monarchico cedette il passo al nascente Stato liberale, così i vari totalitarismi che hanno costellato il XX secolo hanno finito per trasformarsi in liberal-democrazie. Il persistere di numerose dittature nel mondo non cambia il fatto che, presto o tardi, anche questi regimi finiranno per allinearsi al percorso dell’ex-blocco orientale e a progredire verso la democrazia, identificata come uno dei pilastri principali del mondo immaginato da Fukuyama. Un nuovo sistema, quello post-sovietico, contraddistinto dal liberalismo in ambito politico e dal capitalismo in campo economico, con gli Stati Uniti come unica grande superpotenza mondiale emersa dalla fine del Secolo Breve, faro della democrazia e guida dello sviluppo globale.

Questi concetti, espressi nel libro La fine della storia e l’ultimo uomo, sembrano trovare non poche conferme passando dal piano teorico ad una prospettiva politica concreta, la cui maggiore testimonianza è fornita da una indiscussa leadership americana durante l’intero arco degli anni ‘90: mentre sul piano politico si realizzò la progressiva democratizzazione di regioni fino ad allora (per i motivi più vari) poco inclini a tale forma di polity (Est Europa, Sud America), dal punto di vista economico la mancanza di un modello alternativo al capitalismo favorì una ulteriore “globalizzazione” dell’economia di mercato. La creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, avvenuta in seguito ai negoziati dell’Uruguay Round (1994), rappresenta solo l’ultimo tassello di un sistema già ampiamente affermatosi durante la presidenza Reagan e il premierato Thatcher: il Washington consensus, ovvero un’economia neo-liberista di deregolamentazione progressiva che si rispecchia nel laissez-faire e nella capacità di self-regulation del mercato stesso, con il WTO a prosegue il lavoro di liberalizzazione iniziato dall’accordo GATT del 1947.

Il più grande cambiamento, tuttavia, avviene a livello geopolitico: la scomparsa del blocco comunista, con la Russia impossibilitata a riprendere in mano tale eredità a causa dei suoi mastodontici problemi economici, segnò anche il tramonto del bipolarismo creatosi con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultimo sistema, decisamente stabile anche se con un forte deficit di libertà (questo riguardava sia le policies sia il muoversi tra i “blocchi”), lasciò progressivamente il passo a quello che molti studiosi hanno definito unipolarismo, ovvero agli Stati Uniti come leader di un nuovo ordine mondiale, in grado di far fronte sia economicamente sia militarmente a ogni eventuale minaccia proveniente dai più sperduti angoli del Pianeta. In poche parole, in questa nuova concezione geopolitica gli USA si pongono come main pillar, ampliando la propria influenza mondiale e proiettando costantemente potenza su tutti gli stati che, giocoforza, ruotano intorno alle scelte e alle politiche portate avanti da Washington stessa. Certo, una visione che risente in parte dell’euforia post-1991, ma che cela allo stesso tempo oscuri e non troppo velati richiami di carattere neo-imperialista.

Tali sopracitate preoccupazioni sembrano trovare particolare riscontro nel Defense Planning Guidance for the 1994–99 realizzato dal Sottosegretario alla Difesa USA Paul Wolfowitz, un documento oramai ampiamento considerato dai più come “la prima dottrina di politica estera degli Stati Uniti post-Guerra Fredda”. Il decadimento dell’URSS rendeva de facto gli americani non solo dei vincitori, ma anche (e soprattutto) l’unica vera superpotenza mondiale; il nuovo imperativo categorico delle varie amministrazioni USA si spostava radicalmente, quindi, da uno scenario di concertazione e containment/rollback (come avvenuto per le dottrine “Carter” e “Reagan”) verso il mantenimento dello status quo raggiunto nel 1991: gli Stati Uniti si sarebbero dovuti adoperare con ogni mezzo (e sottolineo “ogni mezzo”) per prevenire l’insorgere di un nuovo rivale globale che potesse intaccare il suo ruolo di leadership, anche attraverso azioni unilaterali e attacchi preventivi, in modo non solo da consolidare, ma bensì espandere l’area di influenza americana nel mondo (come per esempio in Medio Oriente).

Le forti controversie emerse nel ’92 alla pubblicazione di questo documento assunsero un portata tale che gli stessi autori furono costretti di fatto a riscriverlo, cambiando in molti casi la forma ma lievemente intaccando la sostanza dei fatti: nel caso in cui le direttive della comunità internazionale riguardo una determinata issue fossero venute in contrasto con gli Stati Uniti, gli USA si riservavano tutto il diritto di agire in modo unilaterale al fine di salvaguardare e/o realizzare i propri interessi nazionali. Questo specifico modus operandi fu ripreso a piene mani non solo dal repubblicano G. W. Bush, ma anche dall’amministrazione Clinton, la quale alternò interventi sotto l’egida delle Nazioni Unite (Haiti, Bosnia etc.) ad azioni squisitamente unilaterali, come nel caso della guerra in Kosovo o nei bombardamenti in Iraq (1996-1998). Clinton, tuttavia, decise di edulcorare lievemente questa dottrina di politica estera attraverso la lente dei diritti umani, secondo cui “if somebody comes after innocent civilians and tries to kill them en masse because of their race, their ethnic background or their religion, and it’s within our power to stop it, we will stop it.

“Se qualcuno perseguita civili innocenti,cerca di ucciderli in massa per la loro razza, la loro etnia o la loro religione, ed e’ nei nostri poteri fermarlo, lo fermeremo”.

Questa sorta di “guerra giusta”, secondo i detrattori dell’amministrazione democratica, si applicò in modo piuttosto selettivo in alcuni casi (come il non-intervento in Ruanda) mentre in altri ha avuto degli esiti altamente discutibili, come avvenuto in Somalia. Per questo la geopolitica USA anni ’90 viene spesso etichettata come “indecisa”, in quanto costantemente in bilico tra compromesso, unilateralismo e casi specifici di applicazione; una formula inusuale, questa, che verrà definitivamente e brutalmente accantonata con la venuta del Nuovo Millennio.

Due eventi fondamentali contribuiscono a gettare le basi di questo repentino cambio di strategia: l’ elezione di George H. Bush alla Casa Bianca e l’attentato terroristico al World Trade Center. L’attacco alle Torri Gemelle di new York e la conseguente morte di quasi 3.000 persone, infatti, spinsero la superpotenza americana a un cambiamento a tutto tondo sia delle proprie aree di intervento sia dei “metodi di ingaggio” dei propri nemici: le ingenti risorse politiche, economiche e militari degli Stati Uniti, nella visione portata avanti da Bush junior, non potevano limitarsi al semplice ruolo di “poliziotti del mondo”, con una costante attività di patroling e di “interventismo umanitario”. L’America intera si era riscoperta fragile e indifesa di fronte alla crescente minaccia del terrorismo internazionale (in special modo quello di matrice islamica); non era possibile assicurare la pace mondiale se allo stesso tempo gli USA non potevano dirsi “sicuri” all’interno dei loro stessi confini. Per questi motivi, a lato di tutta una serie d’interventi di politica interna (es. PATRIOT Act) corrispose una forte reinterpretazione della dottrina Wolfowitz, incentrata non più sull’eredità della Guerra Fredda ma piuttosto sul democracy exporting e sul concetto di “Stato sponsor del terrorismo”, definito “rogue state” dalla letteratura e sostituito sotto l’amministrazione Bush dall’Asse del Male. Ed è contro questo manipolo di stati (inizialmente Iran, Iraq e Nord Corea), intenzionati a propagandare il terrore e sviluppare armi di distruzione di massa, che la potenza militare americana deve mostrarsi con tutto il suo potere, attaccando preventivamente queste nazioni senza fare distinzione alcuna tra essi ed i gruppi terroristici al loro interno, stroncando sul nascere ogni possibile minaccia ed eliminando il problema alla radice, anche (e soprattutto) attraverso l’instaurazione di un regime democratico amico degli USA in tali territori; questo, ovviamente, a prescindere dall’assenso della comunità internazionale.

L’invasione unilaterale di Iraq e Afghanistan da parte degli USA stessi, sebbene appoggiati da Australia e Gran Bretagna (più Canada in Afghanistan e Polonia in Iraq) rientra perfettamente nella nuova strategia bushiana della War on Terror: l’Organizzazione della Nazioni Unite, e in special modo il potere di veto dei 5 membri permanenti del Security Council, rispecchia un equilibrio di potere oramai decaduto con la fine stessa della Guerra Fredda, non tenendo conto del nuovo status raggiunto dagli Stati Uniti e quindi equiparando il suo stesso potere a quello della Federazione Russa o della Cina; per questi motivi, qualora non fosse stato possibile concertare il raggiungimento degli obiettivi globali americani con la comunità internazionale, allora gli USA avrebbero fatto a modo loro. Della serie: o con noi, o con i terroristi; più sarete leali con la politica americana, più il vostro valore come Stato salirà conseguentemente ai nostri occhi.

Nuovi amici, vecchi problemi: la Disunione Europea e il pivot to East della NATO

Ed è stato proprio questo atteggiamento oltranzista e intransigente ad aprire una profonda frattura nelle relazioni transatlantiche tra gli Stati Uniti stessi e l’Europa, o per meglio dire le forti frizioni intercorse non solo fra la “vecchia Europa” e la cosiddetta “nuova Europa”, ma anche all’interno della vecchia Europa stessa. Mentre l’invasione dell’Afghanistan raccolse consensi trasversali, la guerra in Iraq del 2003 si rivelò foriera di forti divisioni all’interno del Vecchio Continente, con Francia e Germania fortemente opposti ad ogni intervento americano in Medio Oriente, mentre altri paesi della “vecchia Europa” come Italia e Regno Unito si schierarono apertamente con gli USA; l’unilateralità dell’azione americana non deriva, infatti, solo dalla possibilità del veto russo e/o cinese, ma anche dalla possibilità di un non francese. Decidendo quindi di bypassare le Nazioni Unite, Washington mise insieme una coalition of willings alla quale presero parte in particolar modo (oltre a Italia e UK) i paesi del blocco centro-orientale europeo, ovvero quelle Central and Eastern European Countries che un tempo erano sotto l’influenza dell’Unione Sovietica.

Polonia, Ucraina, Stati Baltici, Bulgaria e Romania sono solo alcuni di quei paesi europei che hanno deciso di avvicinarsi progressivamente, ma in maniera decisamente marcata, verso una prospettiva di cooperazione atlantista, vedendo negli Stati Uniti lo stesso alleato che aveva protetto l’intera Europa Occidentale, grazie alla sua formidabile potenza militare; questo avrebbe permesso loro di proteggere la propria recente indipendenza da eventuali tendenze imperialiste moscovite. A questa volontà regionale corrispose un preciso progetto statunitense volto a ripensare radicalmente il modo in cui le relazioni con l’Europa venivano gestite, ed in particolar modo il futuro ruolo dell’Alleanza Atlantica: venuto meno il nemico sovietico, infatti, Washington temeva che una progressiva integrazione europea avrebbe portato ad un’Europa politicamente unita, gettando così le basi di una potenziale cooperazione (o anche solo relazioni amichevoli) con paesi ostili agli USA. Da qui viene la necessità di riformulare gli scopi e l’organizzazione della NATO per mantenere un’Europa stabile economicamente sotto l’Unione Europea, ma allo stesso tempo stabilmente sotto “l’ala protettiva” dell’alleanza a guida USA, magari integrata militarmente con una riformulazione della CED, ma senza per questo creare due organizzazioni parallele e potenzialmente in conflitto fra loro.

A questo proposito, la NATO ha subito a partire dal 1999 tutta una serie di allargamenti volti ad includere proprio quei paesi della “nuova Europa” tanto desiderosi di allinearsi alla politica transatlantica, con 12 dei 21 paesi firmatari del Partenariato per la Pace (creato per migliorare i rapporti tra Alleanza e paesi ex-sovietici) che hanno aderito al progetto atlantista. Una vera e propria “espansione verso Est” che ha ridato nuova linfa vitale a un Patto, quello atlantico, che dopo il crollo dell’URSS minacciava di sgretolarsi pericolosamente, attraverso una riformulazione dell’art.5 del Trattato (quello sulla risposta collettiva) che di fatto trasformava l’alleanza difensiva in una organizzazione militare coordinatae tra i suoi membri anche al di fuori del territorio della NATO stessa, come dimostrano ex post le missioni di peacekeeping in Bosnia, Kosovo e Afghanistan.

Tale fattore ha permesso agli Stati Uniti di controbilanciare le crescenti recalcitranti pressioni della vecchia Europa sul piano militare, mentre sul piano politico il passaggio dall’Unione a 15 all’Europa dei 25 (grazie all’allargamento del 2004-2007) ha permesso agli stessi USA di poter contare, sia all’interno del Consiglio Europeo sia nella figura del suo Presidente (attualmente il polacco Donald Tusk), di tutta una serie di paesi intenzionati a mantenere ed eventualmente ampliare la loro sfera di collaborazione oltreoceano. Se a questo si uniscono i problemi strutturali dell’Unione per quanto riguarda la politica estera e di difesa, non risulta difficile realizzare le forti divisioni del Vecchio Continente: 28 voci diverse e nessun processo di deepening sovranazionale, un apparato di politica estera sviluppatosi solo a partire dalla ratifica del Trattato di Lisbona nel 2009 (EEAS etc.) e la predilezione prettamente europea per il soft power (ovvero la capacità di convincere senza l’utilizzo di mezzi militari); ognuno di questi fattori si rivela essere determinante nel contribuire al mantenimento dello status quo, condizione che sembra andare più che bene a Washington, almeno per il momento (TTIP escluso), visti i numerosi problemi geopolitici che sembrano moltiplicarsi in ogni angolo di quel globo che, in teoria, avrebbe dovuto riflettere l’egemonia USA.

Verso un nuovo caos multipolare:
il declino dell'impero americano e la lotta delle civiltà

A quasi 24 anni di distanza dalla fine dell’Unione Sovietica, infatti, il mondo così come immaginato sia dall’euforia statunitense post-1991 sia dallo stesso Fukuyama sembra non corrispondere più di tanto a quella che è la realtà dei fatti: la condizione di inferiorità permanente sotto cui era stata posta la Federazione Russa (la cosiddetta “politica di reset”), unita all’espansione dell’influenza americana in quello spazio da sempre considerato da Mosca come near abroad, ha portato infatti al raggiungimento del punto di rottura oltre il quale i russi non erano più disposti a transigere; questo, a sua volta, ha portato ad un “ritorno di fiamma” dell’espansione russa in quella che da sempre è la sua area storica, l’Eurasia. L’unione doganale eurasiatica tra Bielorussia, Russia e Kazakistan, la guerra in Georgia e il recente conflitto in Ucraina (con tutto quello che ne consegue) sono solo gli ultimi sviluppi che testimoniano il rinnovato vigore attraverso cui l’Orso sta riaffermando la sua volontà di proiettare potenza in un mondo in cui, nonostante la caduta sovietica e la perdita dello status di “superpotenza”, la Russia sembra aver ancora molte cose da dire.

Lo stesso si può dire per l’economia, nella quale l’emergere dei BRICS è la migliore testimonianza possibile di come il primato economico si stia lentamente (ma non troppo) spostando dal mondo occidentale verso le altre regioni del globo, India e Cina in primis, come dimostra la recente creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank da parte della Repubblica Popolare quale alternativa al duo IMF-World Bank. E proprio il nuovo atteggiamento del Dragone sembrerebbe prefigurare una neanche troppo velata volontà, approfittando della subprime mortgage crisis che investì gli USA a partire dal 2006, di volersi piazzare stabilmente come global competitor del Colosso americano, sia in termini economici che geopolitici, per raccogliere così “l’eredità” lasciata dal crollo dell’URSS: con una crescita in termini di PIL pari a più di 240 punti nel periodo 1991-2014, infatti, la Cina è riuscita a piazzarsi stabilmente al secondo posto nell’economia globale (si pensi che nel 1980 la sua economia era più piccola di quella olandese), una crescita economica record che le ha permesso di scavalcare paesi come la Germania e il Giappone, piazzandosi immediatamente dietro gli Stati Uniti stessi. Sotto questa prospettiva economica, quindi, non stupisce l’atteggiamento di estrema cautela con cui gli stati Uniti stanno approcciando il problema dell’estremo Oriente: la AIIB è infatti un palese tentativo di voler controbilanciare un sistema economico che sempre più attori indicano come “americano-centrico”, con istituzioni internazionali quali FMI e WB troppo vincolate alle decisioni prese dal Dipartimento del Tesoro USA (vedi Washington Consensus), per creare un nuovo equilibrio in cui venga riconosciuto definitivamente e inequivocabilmente il nuovo status quo raggiunto da Pechino.

Un passo che Washington non ha alcuna intenzione di fare, anche a costo di mobilitare un’intera regione: la politica del pivot to Asia, lanciata nel 2009, serviva infatti a rafforzare le relazioni tra gli Stati Uniti e tutta una parte di paesi del cosiddetto Pacific Rim (tra cui Giappone, Corea del Sud etc.) sia dal punto di vista economico, che ha raggiunto il suo culmine con la firma del TPP (Trans-Pacific Partnership), che da quello militare (esercitazioni congiunte USA con Australia, Giappone, Vietnam etc.), col fine ultimo dichiarato di voler contenere la Cina e impedire che il suo ulteriore sviluppo possa ulteriormente espandersi. Inutile dire che queste azioni, ultima ma non ultima la decisione del Giappone di “abbandonare” il principio pacifista costituzionale, sono state viste da Pechino come tutta una serie di provocazioni, a cui si è risposto esacerbando progressivamente le frizioni sulle Isole Senkaku/Diaoyu (giapponesi ma rivendicate dalla Cina) e militarizzando la loro parte delle Isole Spratly (rivendicate da 6 nazioni) e Paracel (rivendicate da Cina, Vietnam e Taiwan). Di fatto, il Mar Cinese Orientale è divenuto, assieme a quello Meridionale, una vera e propria polveriera pronta ad esplodere.

Per il momento, tuttavia, il rischio che le relazioni USA-Cina si deteriorino al punto tale da emulare il comportamento delle due poleis greche appare nient’altro che una mera possibilità residuale. I 535 miliardi ottenuti dal commercio sino-americano nel solo 2012, unito agli investimenti/delocalizzazioni statunitensi in Cina e gli oltre 1,2 trilioni di debito USA in mano a Pechino, sono una testimonianza più che evidente del grado d’interdipendenza raggiunto dalle prime due economie mondiali. Una guerra fra le due potenze sul modello Sparta-Atene, sia per gli uni che per gli altri, non risulta quindi né proficua né auspicabile: se infatti la globalizzazione ha avvicinato profondamente la cooperazione economica fra i due paesi, una guerra aperta non avrebbe altro effetto se non mandare in fumo centinaia e centinaia di miliardi, con un conseguente danno economico incalcolabile; la presenza di armamenti nucleari, infine, assicura l’immobilità in campo militare di entrambe le superpotenze, pena la mutua distruzione assicurata. Ma se da questo punto di vista la trappola di Tucidide sembra evitata, questo non implica in nessun modo l’esclusione di potenziali tensioni sino-americane nei prossimi decenni, né tantomeno che le frizioni tra la Cina stessa e gli altri paesi del Pacific Rim si attenueranno. Quel che è certo, per ora, è che gli USA stanno investendo sempre maggiori risorse per limitare l’espansione del Dragone; questo, ovviamente, a scapito di altre regioni, come il Medio Oriente.

 

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Il mondo multipolare, mappa realizzata da Sophie Lamoretti

Se a questo quadro, già di per sé piuttosto caotico, si aggiungono infatti destabilizzazioni mediorientali di carattere sia spontaneo, come la Primavera Araba, sia indotto dal progressivo ritiro americano, come dimostra l’ascesa dell’ISIS nel Siraq, unite ai vari sommovimenti che sembrano sconvolgere l’africa subsahariana (dove, per inciso, la Cina sta investendo decine di miliardi di dollari, “comprandosi” letteralmente intere nazioni), è possibile rendersi conto di come, in effetti, questo nuovo mondo post-sovietico sia tutto fuorché unipolare.

Questo sembra averlo capito molto bene il Presidente democratico Barack Obama, il quale ha deciso, infatti, di lasciare da parte l’unilateralismo esasperato della dottrina Bush per abbracciare una realpolitik internazionale basata sulla cooperazione e sul multilateralismo, gestendo così di volta in volta le differenti crisi estere coinvolgendo i vari e più importanti attori della regione e/o internazionali, in modo da poter concordare volta per volta un piano che possa soddisfare tutte le parti in causa e porre fine, quindi, a quella oramai vetusta idea secondo cui gli Stati Uniti, in quanto unica superpotenza rimasta, sarebbero al di sopra di ogni altro singolo stato sia della stessa comunità internazionale nella sua totalità. Certo, ci sono molti fattori che nell’operato dell’amministrazione Obama che possono e devono essere criticati (e a questo proposito si pensi ad esempio alla mala gestione della Primavera Araba), ma allo stesso tempo bisogna riconoscere a questo Presidente di aver riallacciato molti di quei legami andati distrutti durante gli oltre vent’anni di presunto unilateralismo americano, fino ad arrivare a raggiungere risultati storici quali, per esempio, l’accordo per il nucleare iraniano e la ripresa delle relazioni diplomatiche con Cuba.

In conclusione, non sembra che il concetto di fine della storia prospettato da Fukuyama sia la lente migliore attraverso la quale leggere i vecchi e nuovi fenomeni che evolvono in questo mondo post-sovietico in continuo movimento, un mondo multipolare in cui i vari paesi s’incontrano e si scontrano in un turbinio di scenari diversi, ognuno dei quali prevede differenti alleanze e modi di vedere il mondo. Dallo scontro fra Occidente e Islam ai due modi di concepire l’Europa (come unione Europea o come Eurasia), dalla izquierda del XXI siglo in America latina all’espansione del Dragone cinese e dell’India, questo bailamme di civiltà in continuo contatto fra di loro, più che Fukuyama, sembra ricordare maggiormente quel clash of civilizations teorizzato anni or sono da Samuel P. Huntington, in cui gruppi (o “coalizioni”) di stati saranno spinti da una precisa idea di civiltà (la loro) a continue frizioni e scontri, proteggendo così la propria cultura e/o tentando al tempo stesso di imporla con ogni mezzo possibile, militare e non. Alla semplicità e immediatezza del modello bipolare sembra quindi essersi sostituito perfettamente un modello multipolare in cui le varie fazioni mondiali (USA, Cina, Russia, UE, etc.) sono coinvolte in una continua lotta per l’affermazione del loro potere; un mondo senz’altro più libero ma al tempo stesso più incerto, soggetto a continui cambiamenti e destabilizzazioni e, per questo, potenzialmente molto più pericoloso del bipolarismo stesso.

Dopotutto, anche nell’antica Grecia la fine della Guerra del Peloponneso segnò l’inizio di un periodo d’instabilità durato quasi 50 anni in cui varie poleis si scontrarono e si alternarono nel predominio sull’Ellade. Questo, prima di Filippo II, e dell’ascesa della Macedonia. Prima della venuta di Alessandro Magno.

Ma questa è un’altra storia.

O forse no?

Dubai, la Disneyland dell'occidentalismo

Jay Tornaquia e Fabrizio De Gregorio

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Dubai, il sogno arabo contro quello occidentale

Jay Tornaquia
Fabrizio De Gregorio

  • Jay Tornaquia aka Tornakya Kodaker è un agronomo filippino trasferitosi a Dubai nella speranza di avere più opportunità lavorative. Lì, grazie a una maggiore tranquillità economica, ha potuto iniziare a coltivare la propria passione per la fotografia.

  • Nato a Pescara il 6 maggio 1994, maturità classica, studente di Giurisprudenza a Siena. Ha pubblicato un paio di libri di poesia, l’ultimo edito da Tabula Fati nel 2012: “Confessioni rupestri”. A fine 2012 ha fondato anche Versus di cui è tuttora scrittore e coordinatore.

L’ avvertimento che Jay mi muove prima di iniziare a parlare della sua nuova vita a Dubai è che sarà cauto nelle risposte. “È delicato per chi è nato qui, in realtà anche per chi ci si è trasferito e considera Dubai la propria casa, condividere informazioni complete su come vanno le cose… Quindi cercherò di essere un po’ meno diretto su certi argomenti, per non infastidire nessuno.” La sua fotografia è perfetta per catturare lo scintillio di Dubai che si scompone e ricompone al ritmo dei dollari, ma è stata soprattutto questa sua disponibile onestà a convincermi che era l’uomo che cercavo, qualcuno che mi spiegasse cosa sono davvero gli Emirati Arabi Uniti e com’è lavorare e vivere lì.

Jay mi racconta che si è trasferito a Dubai per cercare fortuna: fosse rimasto nelle Filippine, pur essendosi laureato in agro economia all’Università del Sud Est, non avrebbe avuto la possibilità di mandare a scuola i propri figli, figurarsi possedere una Kodak. Parla della città come di un’immensa fucina di opportunità, di un’elettrizzante mondo in miniatura con uomini e donne di tutte le etnie, miliardi di vite e storie e volti da fotografare. Non menziona nessuna delle mirabilia architettoniche a cui i miei archetipi mentali da aspirante turista avevano ridotto la città (la Palm Island, l’arcipelago artificiale The World o il Burj Khalifa), ma in fondo è un po’ come meravigliarsi di un newyorkese che non cita la Statua della Libertà: ho di fronte un vero cittadino che mi racconta di come vive dentro questa labirintica lucertola.

“La considero ormai una seconda città natale, ma non posso dire di amarla: è più un rapporto di amore-odio. Mi sono capitate delle cose davvero tremende qui, ma quelle buone sono incommensurabili, mi hanno cambiato la vita: noi asiatici sicuramente non potremo mai avere lo stipendio dei lavoratori di altre nazionalità, ma io e mia moglie abbiamo guadagnato abbastanza per comprare due case nelle Filippine, per investimenti futuri.

“Ho iniziato nel 2008 e lavoravo 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Ora sono fortunato, lavoro 8 ore al giorno e ho una giornata libera al mese: le cose qui stanno migliorando velocemente per i lavoratori. Prima di alcuni provvedimenti del ministero, i datori di lavoro potevano comportarsi da vere e proprie teste di cazzo ed essere asiatico era un marchio: gli asiatici sono spesso considerati come dei moderni schiavi, degli automi che lavorano senza dare fastidio. Alcuni sono ancora tanto sfortunati, ma in media ora è diverso, anzi questo è davvero diventato il luogo in cui i sogni dei lavoratori si possono realizzare con un po’ di duro lavoro.”

Ascoltando questa frase, è impossibile che qualcosa non scatti. “Messa così sembra un po’ come il sogno americano, non pensi?” gli chiedo. “Una specie sì, ma meglio. Il sogno americano non esiste più amico mio. Non lo sai che ci sono migliaia di persone costrette a dormire per le strade? Senza lavoro? La verità è questa: prima ero tra i più poveri, in un paese del terzo mondo; ora sono qui e ho una vita più che dignitosa, bella. Potevo scegliere di andare in America, ma da quanto ne so ho fatto bene a rispondere ‘no grazie’”

Eppure qualcosa non torna: se è vero che il sogno americano è agonizzante (la compressione della classe media, gli argomenti chiave di Bernie Sanders, o persino il “Make America great again” di Trump ne sono prova), il sogno degli emirati non può essere il sogno americano 2.0. Il sogno americano è la concessione di un’opportunità, la ricompensa del mercato finché l’individuo ha la forza di lavorare, la ricompensa della grande nazione quando non ce la fa più. Il sogno americano è il catalogo di diritti che fa capo a quello della ricerca della felicità. Così decido di spingere su questo punto e contesto tutto a Jay, argomentando la mancanza totale di un’idea di Stato Sociale e le pesanti limitazioni sulle libertà personali.

“È vero che non c’è previdenza, che non avrò una pensione qui, che domani potrei ritrovarmi in mezzo a una strada.” mi risponde “Ma è anche vero che guadagno abbastanza da garantire a me e alla mia famiglia un presente e un futuro da solo. Ci siamo organizzati, siamo pronti a tornare da un momento all’altro a casa, dove ci aspettano gli investimenti di cui ti parlavo, abbiamo un paracadute pronto da aprire. Qui tutti – se davvero si impegnano, sono furbi e fortunati – possono avere questa opportunità. Che te ne fai del welfare state se ti danno una pacca sulla spalla, ma alla fine ti lasciano da solo?  Certo, poi, non posso negare che su certe cose, come l’alcol o le droghe, siano particolarmente severi, ma la polizia è efficiente, c’è totale libertà d’espressione, e di culto, i diritti fondamentali sono più che rispettati. Davvero, amo questo posto come una seconda casa.”

Così ritratta, Dubai sembra uno specchio distorcente la nostra stessa immagine di occidentali. L’incarnazione di una favola a cui ci piace ancora credere, a cui torniamo sedotti in processione, della storiella della mano invisibile che regola il mercato e risolve da sé i problemi sociali che crea. Dubai è una Disneyland del capitalismo, in cui investimenti stranieri e liberismo sfrenato hanno creato un paese dei balocchi quasi indipendente dagli affari del petrolio.

È lecito chiedersi, tuttavia, se la versione di Jay possa essere veritiera. Secondo il report ONU sulla migrazione economica globale dal 1990 al 2013, il Nord America è primo nella classifica delle destinazione più gettonate, seguono Europa e Asia. Spostando l’analisi dalle macro aree ai singoli paesi per il periodo di tempo tra il 1990 e il 2013, emerge che gli Stati Uniti rimangono primi in classifica per il maggior numero di migranti internazionali giunti, ma anche che gli Emirati Arabi Uniti sono secondi.  E negli ultimi anni, per esempio nel decennio 2000-2010 i migranti verso l’Asia raggiungono una media di 1,7 milioni annui contro l’1,3 del vecchio continente, mentre il Nord America viaggia sulla metà dei numeri europei. L’inversione di tendenza è chiara, e seppur non è corretto imputare il cambiamento alla semplice preferenza degli individui (bisogna considerare il boom demografico asiatico e le politiche occidentali più severe), possiamo concludere che la forza lavoro dalle zone “sottosviluppate” non cerca più fortuna sempre e solo nelle zone “sviluppate”.

Dinanzi a questi dati e alle fotografie di un paese retto dal lavoro selvaggio della sua popolazione costituita per il 90% da migranti economici, è fisiologico il dubbio se il sogno arabo sia davvero destinato a soppiantare il sogno occidentale, sia quell’americano dell’uomo che si fa da sé, che quell’europeo dello stato che aiuta il cittadino a realizzare se stesso. Dovremmo rispondere alla domanda su perché, nel grande mercato globale, l’Occidente ha sempre meno attrattiva, su perché la nostra storia, la nostra politica, la nostra cultura, e soprattutto i nostri diritti non interessano più come ieri. È perché le libertà non sono tali senza giustizia sociale? È perché abbiamo fallito nella costruzione dello stato sociale? È perché le nostre libertà sono in realtà una menzogna prodotta dal mercato e, come tali, conquisteranno prima o poi anche Dubai? Qualunque sia la risposta, è dolorosa.