VISIONI PERIFERICHE1

a cura di Jacopo Tramontano
progetto di Fabrizio De Gregorio
quotes di Simone D'Anastasio
artworks di Sophie Lamoretti

La Periferia Globale

una prefazione di Jacopo Tramontano

 Livin’ in Tor Bella

un saggio e un reportage di Andrea Colafranceschi

Conoscere le periferie, per cambiarle

un saggio di Riccardo Laterza, con le foto di Daniele Napolitano
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a cura di Jacopo Tramontano
progetto di Fabrizio De Gregorio
quotes di Simone D'Anastasio
artworks di Sophie Lamoretti

La Periferia Globale

una prefazione di Jacopo Tramontano

 Livin’ in Tor Bella

un saggio e un reportage di Andrea Colafranceschi

Conoscere le periferie, per cambiarle

un saggio di Riccardo Laterza, con le foto di Daniele Napolitano

La Periferia Globale

Jacopo Tramontano

  • Nato nel ’95 a Roma, si trasferisce presto a Pescara e lì co-fonda Versus, di cui è stato il vice coordinatore. Exchange student negli Stati Uniti a 17 anni, attivista studentesco e amante della musica, adesso è tornato a Roma e studia Global Governance (Scienze dell’Amministrazione Globale) all’Università di Tor Vergata.

Il XXI secolo è un’epoca che si scopre immateriale. Il suo intero sistema è fondato su due elementi interconnessi fra loro, il mercato libero internazionale e internet, assunto che si chiude efficacemente nel concetto di “smartphone”: uno smartphone è prodotto attraverso una catena globale di produzione che inizia in Namibia, continua in Thailandia, segue in Cina e finisce in un Apple Store magari a Tallahassee, Florida. Lo usiamo poi noialtri occidentali tutti i giorni, per socializzare con la gente in modo virtuale, per scambiarci foto e opinioni, e in ultima ratio per telefonare. Non voglio certo fare un discorso da barbogio, non sono contro tutto questo, sarebbe ipocrita, ma è proprio così che stanno le cose. La domanda tuttavia è come questo modo di scambiarsi informazioni e sensazioni cambia le nostre città e il nostro modo di vivere, che poi è anche questa, di domanda: che cos’hanno in comune Windhoek, Bangkok, Nanchino e Tallahassee? Ma, soprattutto, cosa c’entrano con chi come noi vive a Roma, a Milano, a Gubbio o a Cinisi?

Proverò a rispondere, anche se prendendola (molto) alla larga. Agli inizi dell’età classica, Atene era la città più potente del mondo allora conosciuto (da noi occidentali, ovviamente, altrimenti possiamo sempre pensare a Samarcanda in Persia, oppure a Nanchino in Cina), aveva dalla sua una prominente rete commerciale, una forza diplomatica che le permetteva di mantenere una potente flotta e un cospicuo esercito, e per tutti questi fattori era anche la grande capitale culturale dell’epoca. La storia è simile per molte altre città e organizzazioni umane, da Alessandria d’Egitto a Roma, dal Sacro Romano Impero ad Amsterdam, da Londra a New York. Possiamo ragionevolmente dire che questo tipo di visione è rimasta immutata almeno fino al 1950, quando qualcosa cambia nel mondo: esistono ora due blocchi, e due città a cui fare riferimento, e a New York si affianca Mosca. Non solo, ma iniziano a volare i primi aerei passeggeri, arrivano le prime linee telefoniche intercontinentali per la gente comune, e vengono creati organismi internazionali dove tutti sono rappresentati, come l’ONU o il Fondo Monetario Internazionale. Attraverso la scolarizzazione di massa, la decolonizzazione e l’influenza dell’internazionalismo, marxista e non, gli occidentali apprendono di molte altre civiltà e culture con un’integrazione informativa senza precedenti. Non che prima non le conoscessero, quindi, solo che adesso le conoscono così bene da farci un movimento di massa sopra, tipo gli hippy, il primo movimento dalla prospettiva globale. Tuttavia, come diceva qualcuno, anche la prima omologazione di ciascuno a livello transnazionale. Questa è la tipica trama della cosa nuova che sta arrivando: la globalizzazione. Saltiamo qualche decennio e andiamo nel 1990: il blocco sovietico è appena crollato, e gli Stati Uniti si ritrovano padroni del mondo ma senza una neanche vaga idea di come gestirlo. Come direbbe Huntington, centri di potere divengono molti, e molte civiltà (islamica, cinese, russa/ortodossa) iniziano a riaffermarsi e a scatenare conflitti lungo le loro linee di faglia, ossia i confini tra una civiltà e l’altra. Già nei ’90 non si sa più quale sia il centro del mondo, New York inizia a perdere la sua importanza e Mosca diventa praticamente ininfluente, e nessuna città le sostituisce.

Il territorio centrale diventa l’immaterialità, diventa Internet, perché è anche attraverso Internet che si regola la vita economica del globo: sapete cos’è l’ICANN? Probabilmente no. È un’agenzia privata della California che si occupa della gestione di Internet. Essendo un’agenzia di controllo essa persegue l’interesse generale di Internet e non la logica del profitto, ma allo stesso tempo è permeabile da colossi informatici quali Apple e Google. Quindi i nuovi centri sono Cupertino e Mountain View? Neanche, dato che le aziende rispondono ad azionisti che si trovano magari in Giappone e che usano i soldi di fondi di risparmio che si trovano nei nostri normali conti corrente.

Questo contesto chiaramente crea incertezza, spaesamento, “deterritorializzazione”, direbbe Deleuze. Non sappiamo a chi rivolgerci per i nostri guai, e ci accorgiamo che questo tipo di mondo in cui tutto è periferia e nulla è centro può diventare un’imprevedibile bestia. In quest’ottica, sia quanto succede in Val Susa con la TAV, o sulle coste adriatiche con le trivellazioni petrolifere, che quanto succede a Treviso o a Tor Sapienza con la colpevole non-accettazione dell’altro da sé, l’immigrato, sono conseguenze diverse dello stesso fenomeno. Le persone tendono inevitabilmente a rivendicare la loro particolarità, seppure la più piccola, ma se una volta potevano rivolgersi allo stato, nella sua veste democratica o in quella giudiziaria, adesso che questi enti sono esautorati dalle logiche transnazionali del mercato e del diritto privato internazionale i cittadini non hanno mezzi per ottenere ragione. Cadono vittime della depressione e della repressione.

Quindi, tornando alla nostra domanda iniziale: quel che hanno in comune città e posti diversissimi tra loro in tutto il mondo è la periferizzazione, l’essere territori avulsi dal centro, avere il sentore che le decisioni vengono prese altrove, nei posti che contano veramente, e i posti che contano veramente sono altri. Così accade che siamo sempre altrove. Chi sta in un piccolo paesino del centro Italia sogna la grande città, Roma, chi sta a Roma sogna Milano, chi sta a Milano sogna Londra, e chi sta a Londra sogna di trasferirsi in un piccolo paesino del centro Italia.

E chi è costretto a rimanere nel posto dov’è, oppure vorrebbe starci, non può decidere di se stesso e si rivolta. Rivendica il suo ruolo nel mondo, soprattutto nel luogo in cui vive. Da qui viene il grande potenziale delle periferie, e la rivolta può essere di molti tipi: violenta, artistica, democratica, reazionaria, pacifica. Può generare un nuovo concetto di proprietà, la proprietà comune, oppure può generare un’esclusione ancora maggiore e una preoccupante chiusura, può invadere ogni centro e silenziosamente appropriarsene, come può anche ribaltare da un giorno all’altro il governo di un paese.

In questo Zoom abbiamo provato a prendere alcuni aspetti del grande fenomeno delle periferie e analizzarli più a fondo, come le mafie e il loro rapporto con la periferia, la cultura hip hop e i graffiti, prodotti forse più visibili della periferia, e la pianificazione urbanistica, necessaria alla creazione di diversi tipi di periferie, interrogandoci sulla vita che si vive al loro interno, immortalandola in fotografie dei due quartieri icona della periferia italiana, e sulla rivolta e la creatività che da esse può scaturirne, perché se prevedere il cambiamento è lo scopo dell’analisi, e la sovversione è il primo motore del cambiamento, le periferie sono la materia prima di ogni sovversione, e dunque di ogni cambiamento. 

Buona lettura!

Livin' in Tor Bella

Andrea Colafranceschi

  • Nato nel ’91 a Roma, vive a Tor Bella Monaca dove con Libera si occupa di riqualificare il territorio e strapparlo alle mafie, con campagne come Miseria Ladra. Studia Giurisprudenza all’Università di Tor Vergata a Roma.

Poco più di 1000 metri. Questo è quanto misura via dell’Archeologia, celeberrima strada di Tor Bella Monaca. Più di 1 km quasi totalmente privo di negozi – ad eccezione di un bar e di un parrucchiere – su cui le auto sfrecciano oltre i limiti, a costo delle sospensioni. Un viale intervellato da torri di quindici piani e “serpentoni” grigi. Negli anni “Tor Bella” si è valsa l’appellativo di “Bronx” o di “Scampia” romana, come se la sua composizione squadrata e unitaria potesse automaticamente rivolgersi a tutti i suoi abitanti: criminali e spacciatori. Una dimostrazione di questa tesi? Ottobre 2010. L’allora Sindaco di Roma è Gianni Alemanno e presenta il “Masterplan”, un intervento pubblico (con finanziamento privato) creato per la demolizione e la ricostruzione di Tor Bella Monaca. Tutto ciò perché si intendeva «dare un nuovo volto al quartiere».

Come se il quartiere avesse il volto grigio del cemento utilizzato per erigere le torri e non delle persone che vi abitano. Il progetto non verrà approvato dal Consiglio Comunale e l’unico risultato sarà la demolizione di un mercato coperto, abbandonato e degradato da tempo. Qual è la faccia di Tor Bella Monaca quindi?

Ladri di Welfare

Un quartiere che conta più di 1500 case popolari gestite direttamente dal Comune – altre sono gestite con l’ATER – soltanto su via dell’Archeologia. Tor Bella Monaca non è un posto per ricchi: in ogni angolo si respira un forte disagio sociale e tanta povertà, dimostrati anche dai bassi canoni di locazione (si varia da un minimo di 7 ad un massimo di 500 euro mensili), a seconda del reddito e di altri requisiti. Gli appartamenti non sono però abitati soltanto da chi ne ha un reale bisogno.
Sin dalla nascita del quartiere, infatti, si sono verificate occupazioni abusive che sono state seguite, in molti casi, da vendite e subaffitti, con prezzi che nel primo caso possono arrivare a 20.000 euro. Disabili costretti a casa per il timore di non potervi rientrare o per ritrovarsi un bilocale trasformato dai vicini in un monolocale (per la presenza di un muro eretto in mezza giornata), coppie che, sfruttando la morte di un’anziana, “aprono le porte di una nuova vita insieme”: tutto ciò è consentito a causa dell’assenza di controlli. Chi si rivolge alla polizia non riceve tutela perché può non risultare il reale intestatario dell’immobile oppure dopo lo sgombero e prima della restituzione dell’appartamento la casa viene nuovamente occupata. Gli stessi sgomberi sono difficili a causa della paura di subire ritorsioni in caso di denunce e del sistema di collusione.

La Capitale della Droga Romana

La luce aranciata dei lampioni di notte addolcisce il colore dei palazzoni. Il grigio è un colore predominante nel quartiere a tal punto che tra le sue vie è possibile scorgere un bel murales in cui un urlo di colori invade la città, liberandola da questa presenza asfissiante. Ma il grigio ­ che non è l’unico colore che ha segnato il destino del quartiere, si unisce al bianco. Di cocaina ed eroina, in particolare. A Tor Bella Monaca si possono trovare diverse tipologie di droghe e i luoghi di spaccio sono diversi: dalle cantine dei palazzoni ai parchi pubblici. Il fenomeno è così diffuso che in un’intercettazione ambientale, i cui protagonisti sono due pusher, si legge: «Le piazze da noi sono già occupate Fabbrì, che fai la piazza d’erba? Dove vai per tetti?».

Il quartiere è rinomato in tutta Roma per essere una delle piazze principali di spaccio di droga. È definita dal “Rapporto delle Mafie nel Lazio” – reso pubblico dall’Osservatorio per la legalità e la sicurezza, nel 2015 – come “piazza di spaccio chiusa”. Così come a San Basilio e alla Romanina infatti sono presenti vedette, telecamere e cancellate abusive. Nel mese di Maggio del 2015 i Carabinieri hanno rimosso alcune inferriate dei palazzi di via San Biagio Platani, nel quartiere di Due Leoni, limitrofo a TBM, perché realizzate per rallentare la Polizia nelle frequenti retate. Inoltre vengono installati videocitofoni, muri e filo spinato: tutto ciò che può permettere la fuga rapida dalle “guardie”. Barriere per permettere la fuga dei pusher – come si è scritto – ma anche per nascondere la droga accumulata. Se infatti Tor Bella è piazza di spaccio essa è anche luogo di deposito. È nel mese di Gennaio 2015 che la Guardia di Finanza effettua un sequestro record di più di 100kg di hashish e poco meno di 20 kg di cocaina.

Il mercato della droga porta in dote il sangue dei rivali dello spaccio. Un mercato che conosce conflitti e che rende il quartiere sede di aggressioni e omicidi a danno di soggetti con precedenti per il controllo di una o più piazze di spaccio. Durante il 2014, in un raggio di 500m da viale Paolo Ferdinando Quaglia, una decina di persone vengono gambizzate o uccise. Nel giorno dell’Epifania dello scorso anno Federico Caranzetti, un ragazzo di 17 anni,viene ucciso per un litigio dovuto allo smercio della droga. Uno dei primi indagati, Giancarlo Tei, sarà poi gambizzato a sua volta nel maggio del 2015, quasi come in un regolamento di conti. Il 4 Settembre dello stesso anno, a meno di 100m dall’omicidio di Carenzetti due uomini in sella a una moto bianca sparano a un passante in via Salemi.

Aggressioni, sparatorie, gambizzazioni e continui regolamenti dei conti riempiono le strade del quartiere di sangue e di paura. Gli stessi luoghi, nati per aggregare, muoiono. È il caso del parco della “Bella Monaca”. Creato con il progetto Urban nel 2000, tra le eccellenze aveva un impianto di fitodepurazione e un impianto di illuminazione ad energia solare. L’impianto di fitodepurazione oggi non è più in funzione, poiché la cooperativa che se ne occupava – male – non riceve più fondi dal Comune. L’impianto di illuminazione è stato distrutto subito dopo l’inaugurazione, a colpi di pistola, affinché il parco fosse luogo di spaccio e di consumo di droghe piuttosto che un area per tutti. Oggi regna il degrado anche se da qualche mese l’Associazione “TorPiùBella” ha deciso di occuparsene per risollevarne le sorti.

Casa di vetro (opaco)

Se una parte della cittadinanza ha collegamenti più o meno diretti con la criminalità organizzata la politica non sembra essere più pulita. Tor Bella Monaca è stata in passato al centro dell’agenda politica, anche a discapito di altri quartieri. Oltre al Masterplan – rimasto irrealizzato – un notevole sviluppo vi è stato con il progetto europeo “Urban” di cui si diceva. All’inizio degli anni 2000 grazie ai fondi comunitari sono stati intrapresi i cantieri per realizzare diverse opere: la più importante è stata sicuramente la realizzazione del Teatro. In questi mesi al centro della scena politica romana è stato il Presidente del VI Municipio – circoscrizione in cui si trova TBM. Marco Scipioni, eletto nel 2013 nelle file del PD, ha subìto infatti la richiesta di dimissioni da parte di Matteo Orfini, Commissario del Partito a livello romano per la presenza – secondo l’accusa – di una rilevante opacità amministrativa.

Accusa non nuova, quella rivolta al “minisindaco”; questi infatti diviene candidato del centro–sinistra con delle primarie contestatissime. La precedente dirigenza – sconfitta alle primarie – denuncia che la vittoria sarebbe avvenuta tramite pacchi di pasta e denaro contante dati ai supporter di Marco Scipioni. Oltre al Municipio – che sarà conquistato qualche mese dopo al ballottaggio con una delle più basse percentuali in tutta Roma – Scipioni è nuovamente al centro delle polemiche nel 2013 con le elezioni dei segretari di circolo. Grazie a mezzi simili a quelli di cui è stato accusato per la conquista della circoscrizione, il Presidente effettua l'”OPA” sul proprio partito, mettendovi a capo, cioè, persone fidate (tra le quali il fratello Franco a Tor Bella Monaca). Risultato? Circoli perlopiù chiusi, denunciano attivisti storici che hanno abbandonato il Partito, e indicati nella relazione di Fabrizio Barca, commissario “interno” del PD per Roma, come “potere per il potere”. E torniamo infine al presente, con la richiesta di dimissioni da parte di Matteo Orfini. Il 9 Luglio il comunicato del commissario del PD romano scandisce così: «Non riteniamo più sostenibile che possano ripetersi episodi di opacità amministrativa come quello relativo a “Roma Capital Summer”, manifestazione recentemente chiusa da un’azione della Polizia Municipale».

Il “Roma Capital Summer” è stato un festival organizzato con fondi privati sul piazzale Giovanni Paolo II, di proprietà dell’Università di Tor Vergata. Emissioni acustiche al di sopra della soglia lecita e mancata osservanza dei requisiti di sicurezza in merito agli estintori hanno portato la Polizia Municipale a sequestrare l’area, impedendo la realizzazione dell’evento. Il coinvolgimento di Scipioni ­ che lo dovrebbe spingere alle dimissioni secondo i suoi oppositori – starebbe, però, nel bando pubblico per la realizzazione dell’evento. Questo infatti presentava un’indicazione ad hoc di tale tenore: «Dichiarazione di essere consapevole che qualora l’area in questione risultasse occupata abusivamente o comunque concessa da eventuale legittimo detentore non si procederà all’affidamento di che trattasi senza nessun onere risarcitorio da parte del Municipio VI». Una norma ad personam, poi cancellata dall’ufficio tecnico, predisposta per permettere la realizzazione dell’evento a chi avesse già occupato abusivamente o regolarmente l’area. Eccola, l’opacità amministrativa.

Grigio Speranza

Tor Bella Monaca è immersa nel degrado e ciò per una mancanza cronica dello Stato. E a tale mancanza si sostituiscono le mafie creando loro stesse welfare. Si occupano dei trasferimenti delle case popolari e delle loro occupazioni, gestiscono lo spaccio nelle cantine. Ma sono in grado anche di pagare canoni mensili agli abitanti più in difficoltà per far sì che la droga sia custodita nelle loro abitazioni. A questa mancanza di Stato c’è però una parte di società che reagisce e che si è fatta istituzione. Da anni i ragazzi della Comunità di Sant’Egidio operano sul territorio, occupandosi dei bambini della scuola primaria di viale dell’Archeologia, dando loro aiuto per i compiti e soprattutto la compagnia di un pomeriggio. Tor Bella Monaca può poi vantare un centro sociale, El “Che”ntro, molto attivo sul territorio, grazie anche alle associazioni che ne fanno parte come il CuboLibro, una biblioteca autogestita che si trova nella piazza frequentata di largo Mengaroni.

La presenza costante della Fondazione “Villa Maraini” nel piazzale tra via dell’Archeologia e via di Tor Bella Monaca rappresenta un altro fiore all’occhiello del quartiere. I suoi volontari infatti si occupano di raccogliere le siringhe usate dai tossicodipendenti dando in cambio siringhe nuove, per evitare possibili malattie, e allo stesso tempo stringendo relazioni di fiducia sulle quali invitarli a smettere di farsi. A queste realtà storiche se ne sono affiancate altre nel corso degli anni. Più di recente, in particolare, le Mamme del comparto R5 hanno occupato il “Sottomarino Giallo”, un’ex ludoteca che era punto di aggregazione dei bambini del quartiere. Si occupano di pulirla e di animarla, anche fronteggiando l’inerzia del Consiglio Municipale di zona che, in risposta a tale occupazione, ha mandato le forze dell’ordine. Il vento del cambiamento sta soffiando anche in questa periferia romana portando persone – che magari fino a questo momento si sono disinteressate – a riunirsi per migliorare il posto in cui vivono. Sarà necessario un largo coinvolgimento delle forze sane di questo quartiere, da coloro che frequentano l’Amaldi, il liceo di zona, agli studenti di Tor Vergata che risiedono nel complesso residenziale all’inizio di via dell’Archeologia. E allo stesso tempo sarà necessaria la presenza dello Stato vero che deve sostituirsi alle mafie nel ridare al Municipio (con il più alto tasso di giovani e col più alto abbandono scolastico) nuove opportunità di lavoro e un welfare sano. E anche un quartiere architettonicamente migliore: non è possibile che nelle case popolari si debba lottare con decine di topi e muffa. Quando mi chiedono in quale quartiere vivo ho sempre risposto “Tor Bella Monaca” – altri infatti affermano di risiedere in quartieri limitrofi – e la reazione che solitamente ricevo è un misto di commiserazione, perché dovessi vivere lì, e paura, perché quel quartiere poteva influenzare i miei comportamenti. Ad una parte rilevante della mia generazione Tor Bella Monaca ha fatto l’effetto opposto. Le cose vanno male, ma non ci lasciamo trascinare dalla corrente; lottiamo con il nostro studio e con le nostre buone pratiche quotidiane per cambiarlo giorno dopo giorno.
La strada sarà lunga ma sempre più persone vogliono impegnarsi per rendere Tor Bella Monaca un posto in cui non si debba soltanto sopravvivere, ma si possa vivere.

Un treno di graffiti:
la periferia che invade il centro

Raffaele Lauretti

  • Nato nel ’95 a Terracina, si occupa di rap e cultura hip hop da quando ha avuto facoltà di parola e connessione internet sufficiente da permettergli di bazzicare forum e scaricare torrent. Attualmente vive a Bologna e studia Filosofia.

Sono nato nella periferia di nessun centro in un posto in cui Gesù Cristo, lo Stato e la banda larga non sono mai arrivati. A scombinare le mie giornate ci pensarono qualche disco rap e l’avvento del peer2peer. In un’accozzaglia di byte gettati a caso mi capitò d’imbattermi in un film che divenne, in breve, un culto personale: La Haine – L’odio.
Pellicola del 1995 (ma guarda un po’, un film della mia età) La Haine è una testimonianza, ben oltre il verosimile, di quel che è una giornata vissuta in una periferia. Raccontata con efficacia, la vicenda dei tre ragazzi protagonisti tenta di essere sin dall’inizio, sin dalla tag che Saìd lascia su una camionetta per rendere omaggio a un suo amico finito in ospedale durante dei semplici controlli effettuati dalla polizia (non sembra neanche così lontano dagli ultimi casi di razzismo e violenza da parte della polizia statunitense, vero?), una testimonianza di quella che è una giornata nei ghetti.

Girando per periferie, infatti, queste mi sono sempre sembrate tutte uguali se non per un piccolo particolare: le tag, dalle più elaborate alle più stupide erano quelle che davvero davano un tono alle strade. I graffiti nacquero a New York ed il primo fu TAKI 183, TAKI 183, TAKI 183, ovunque, su ogni superficie della Grande Mela. Era sul calare degli anni 60 e un fattorino delle pizze aveva appena inventato i graffiti. Da lì a qualche anno sarebbe nata anche la cultura Hip Hop, in modo ufficiale, nonostante si iniziasse già a ballare sui breaks e nelle feste organizzate nei projects le figure dei DJ iniziassero ad emergere. Nel frattempo giovani neri e portoricani – armati di marker e bombolette spray – si introducevano nei depositi dei mezzi pubblici per lasciare la loro firma. Il giorno seguente gli stessi mezzi attraversavano Manhattan. Era fatta: la loro tag avrebbe raggiunto ogni angolo della città, avrebbe raggiunto migliaia di occhi.

E’ in questo spazio, quello urbano, che è quello dell’indifferenza, quello della crescente segregazione dei ghetti urbani, della relegazione dei quartieri, delle razze, di certe classi, è in questo spazio che nasce il razzismo direttamente da un’analisi operativa dei bisogni e delle funzioni in cui le abitazioni, il trasporto, il tempo libero, la cultura o lo sport vengono organizzati e disposti su un’immensa scacchiera (che li rende, di fatto, intercambiabili): non c’è differenza tra il parcheggiare le persone in uno spazio omogeneo chiamato ghetto sulla base d’una definizione razziale e il livellarle in una nuova città sulla base d’una definizione funzionale dei loro bisogni: è un’unica e medesima logica.
In questo senso, ogni spazio e tempo della vita diviene un ghetto: dal ghetto della televisione a quello della pubblicità, passando per i consumatori-consumati, pare che quella che era la solidarietà della fabbrica, del quartiere, della lotta di classe su cui Marx basava la sua prospettiva rivoluzionaria sia sparita nel segno dell’automobile e dei modelli di comportamento inscritti ovunque: dalla televisione alle pubblicità, lasciandoci allineati negli stessi modelli di cui sopra e dunque intercambiabili come gli stessi.

I graffiti, in tutto questo, entrano a gamba tesa, d’ignoranza.
Neanche lontanamente consapevoli di fare la lotta a questa “semiocrazia”, i graffiti vanno anche più lontano del rivendicare un’identità; all’anonimato non oppongono nomi ma pseudonimi. Lettere che seppur accostate non significano nulla all’improvviso sembrano uscire dai muri come un grido e un rifiuto a qualsiasi tentativo di assimilazione poetica o politica. I graffiti sfuggono al principio di significazione e, in questo vuoto concettuale, fanno irruzione nella sfera dei “segni pieni” della città che essi dissolvono con la loro sola presenza.

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Nomi senza intimità, come il ghetto è senza intimità, senza vita privata, ma vivi d’un intenso scambio collettivo. Ciò che questi nomi rivendicano non è una identità, una personalità, ma l’esclusività radicale del clan, della banda, della gang, della classe di età, del gruppo o dell’etnia, che, come si sa, passa per la devoluzione del nome e la fedeltà assoluta a questo nome, a questo appellativo totemico, anche se questo proviene dritto dritto da dei fumetti underground. Questa forma di denominazione simbolica è negata dalla nostra struttura sociale, che impone a ciascuno il suo nome “proprio” e una individualità “privata”, infrangendo qualsiasi solidarietà nel nome d’una socialità urbana astratta e universale. Questi nomi, al contrario, queste denominazioni tribali hanno una vera carica simbolica: sono fatti per darsi, per scambiarsi, per trasmettersi, per darsi il cambio indefinitamente nell’anonimato, ma un anonimato collettivo, in cui questi nomi sono come i termini d’una iniziazione che corre dall’uno all’altro e si scambiano tanto bene che non sono, non più della lingua, proprietà di nessuno.

É la vera forza d’un rituale simbolico e, in questo senso, i graffiti vanno nella direzione opposta a tutti i segni mediatici e pubblicitari, che potrebbero dare l’illusione, sui muri delle nostre città, dello stesso incantesimo. Si è parlato di festa a proposito della pubblicità: senza di questa, l’ambiente urbano sarebbe tetro. Ma essa non ne fa che un’animazione fredda, simulacro di richiamo e di calore, essa non fa segno a nessuno, e non può essere ripresa da una lettura autonoma o collettiva, non crea delle reti simboliche. Più che i muri che le fanno da supporto, la pubblicità è essa stessa un muro, un muro di segni funzionali fatti per essere decodificati, e il cui effetto si esaurisce con la decodificazione.

(Baudrillard, Lo Scambio simbolico e la morte, Feltrinelli)

I graffiti insomma pare che finiscano per territorializzare lo spazio urbano e, paradossalmente, ridargli una certa dignità: è proprio questo quartiere, questa strada, questo muro. I cartelloni pubblicitari sono in tutto il Paese, i writer solo in alcune zone della città. É in quelle grafie barocche, negli pseudonimi, negli stili, nelle migliaia di giovani armati di marker che esportano la clique, la crew, le tag nella “città bianca” che ci viene mostrato il vero ghetto del mondo occidentale.

Per la prima volta con i graffiti di New York i tracciati urbani e i supporti mobili sono stati utilizzati con tale ampiezza, e con una tale libertà offensiva. Ma, soprattutto, per la prima volta i media sono stati attaccati nella loro stessa forma, cioè nel loro modo di produzione e di diffusione. E questo proprio perché i graffiti non hanno un contenuto, non hanno un messaggio. É questo vuoto che costituisce la loro forza. E non è un caso se l’offensiva totale sulla forma s’accompagna a una recessione dei contenuti. Questo deriva da una specie d’intuizione rivoluzionaria: l’ideologia profonda non funziona più al livello dei significati politici, ma al livello dei significanti, là il sistema è vulnerabile e là dev’essere smantellato.

Si spiega così il significato politico dei graffiti. Essi sono nati dalla repressione delle sommosse urbane nei ghetti. Sotto il colpo di questa repressione, la rivolta si è sdoppiata: in una organizzazione politica marxista-leninista pura e dura da una parte, e dall’altra in questo processo culturale selvaggio al livello dei segni, senza obiettivi, senza ideologia, senza contenuto. Alcuni vedranno nella prima la vera prassi rivoluzionaria, e tacceranno i graffiti di folclore. É il contrario: lo scacco del ’70 ha provocato una regressione verso l’attivismo politico tradizionale, ma ha anche obbligato la rivolta a radicalizzarsi sul vero terreno strategico, quello della manipolazione totale dei codici e delle significazioni. Non è quindi affatto una fuga nei segni, è al contrario un progresso straordinario in teoria e in pratica – due termini che qui non sono più giustamente dissociati dall’organizzazione.

Insurrezione, irruzione nell’urbano come luogo della riproduzione e del codice – a questo livello, non è più il rapporto di forze che conta, perché i segni non puntano sulla forza, ma sulla differenza, e quindi con la differenza bisogna attaccare -, smantellare la rete dei codici e delle differenze codificate mediante la differenza assoluta, non-codificabile sulla quale il sistema viene a cozzare e a disfarsi. Per questo, non c’è bisogno di masse organizzate, né d’una chiara coscienza politica. Basta un migliaio di giovani armati di “markers” e di bombole di vernice per ingarbugliare la segnaletica urbana, per disfare l’ordine dei segni. I graffiti che ricoprono tutti i piani della metropolitana di New York come i cecoslovacchi cambiavano i nomi delle strade di Praga per sviare i russi: medesima guerriglia.

Nonostante quello che può sembrare però, i City Walls (I muri fatti su commissione), non hanno nulla da spartire con l’immaginario creato dai graffiti. Questi, infatti, vengono “calati giù dall’alto”. La City Wall Incorporated è un’organizzazione fondata nel 1960 ‘per promuovere il programma e gli aspetti tecnici dei muri dipinti’. Budget coperto dal Dipartimento degli affari culturali della città di New York, e da diverse fondazioni fra cui quella di David Rockefeller. La sua ideologia artistica (“L’alleanza naturale fra gli edifici e la pittura monumentale”) e il suo scopo (“Fare dono dell’arte al popolo di New York”) non fanno altro che creare un medium dinamico che permette l’uscita dell’arte dalla cerchia ristretta delle gallerie e dei musei.

Non c’è possibilità di sbagliarsi: non è altro che una politica ambientale, design urbano dotato, persino, di una certa levatura. La parte bianca della città ne guadagna, e l’arte anche. La città non esplode per l’irruzione dell’arte ‘all’aperto’, nella strada, né l’arte esplode al contatto della città. È tutta la città che diventa galleria d’arte, è l’arte che riscopre tutto un terreno di manovra nella città.

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Né l’una né l’altra hanno cambiato struttura, non hanno fatto che scambiare i loro privilegi. Qui sta tutta la differenza. Alcuni dei muri dipinti sono anche belli, ma questo non c’entra nulla. Resteranno nella storia dell’arte per aver saputo creare uno spazio sui muri ciechi e nudi, soltanto con la linea e il colore. Alcuni, poi, creano un’illusione di spazio e di profondità, sono capaci di “allargare l’architettura con l’immaginazione”, ed è proprio questo il loro limite. Essi fanno “giocare” l’architettura, ma non infrangono le regole del gioco. L’architettura e l’urbanistica possono solo fingere degli spazi non funzionali, nelle loro forme più audaci. Un graffito è differente, perché privo di rispetto, non è concesso dai vertici perché non ha bisogno di permessi.

I graffiti non si curano dell’architettura, la distorcono, la ignorano, la attraversano. L’artista dei City Walls rispetta il muro come Leonardo rispettava il quadro sul suo cavalletto. Il graffito corre da una casa all’altra, da un muro all’altro degli immobili e continua sulla finestra o la porta, sul finestrino della metropolitana, o il marciapiede; s’accavalla, vomita, si sovrappone (abolendo l’idea del supporto come piano, esattamente come il debordamento equivale all’abolire l’idea del supporto come quadro). I graffiti rifanno dei muri e delle facce della città, o delle vetture della metropolitana e degli autobus, un “corpo” senza fine né principio, interamente erogenizzato dalla scrittura come il corpo può esserlo nell’iscrizione primitiva del tatuaggio. Il tatuaggio, che si fa su un corpo, è, nelle società primitive, ciò che, assieme ad altri segni rituali, fa del corpo quello che è: un materiale di scambio simbolico – senza il tatuaggio, come senza le maschere, il corpo non sarebbe che quello che è: nudo e inespressivo. Tatuando i muri, “TAKI 183” e “JULIO 204” li liberano dall’architettura, e li restituiscono alla materia viva, ancora sociale, al corpo che si muove della città, prima della marcatura funzionale e istituzionale. Finita la quadratura dei muri, quando sono tatuati come delle effigi arcaiche. Finito lo spazio/tempo repressivo dei trasporti urbani, quando le vetture della metropolitana passano come dei proiettili o delle idre viventi tatuate fino agli occhi.

Qualcosa della città ridiventa tribale, parietale, anteriore alla scrittura, con degli emblemi molto forti, ma spogliati di senso – incisione nelle carni di segni che non dicono l’identità personale, ma l’iniziazione e l’affiliazione di gruppi che poi, magari, realizzano spontaneamente affreschi murali dei ghetti, atti proprio a decorare i propri muri. Socialmente e politicamente, l’impulso è lo stesso di quello dei graffiti, ma non si tratta proprio della stessa cosa. Sono dei muri dipinti selvaggiamente, non finanziati dall’amministrazione urbana, ma sono per altro tutti centrati su dei temi politici, su un messaggio rivoluzionario: l’unità degli oppressi, la pace mondiale, la promozione culturale della comunità etnica, la solidarietà, raramente la violenza e la lotta aperta. In breve, al contrario dei graffiti, hanno un senso, un messaggio. Al contrario dei City Walls che s’ispirano all’arte astratta, geometrica o surrealista, sono sempre d’ispirazione figurativa e idealista. Si ritrova qui la differenza fra un’arte d’avanguardia su muro, sapiente, colta, che ha superato da molto tempo l’ingenuità figurativa, e le forme popolari realistiche, con un forte contenuto ideologico, ma formalmente ‘meno avanzate’ (sebbene l’ispirazione sia molteplice, dai disegni dei bambini all’affresco messicano, da un’arte sapiente alla Doganiere Rousseau o alla Fernand Léger fino alla semplice image d’epinal, l’illustrazione sentimentale delle lotte popolari). Ad ogni modo, si tratta d’una controcultura che ha poco a che fare con l’underground, che è riflessiva, articolata sulla presa di coscienza politica e culturale del gruppo oppresso.



Il tag di Said in “La Haine” di Mathieu Kassovitz, 1995

Di nuovo, alcuni di questi muri sono belli, altri meno. Il fatto, però, che questo criterio estetico possa entrare in gioco è in un certo modo un segno di debolezza. Infatti nonostante siano selvaggi, collettivi, anonimi, essi sono rispettosi del loro supporto, e del linguaggio pittorico, sia pure per un particolare un atto politico. In questo senso, essi possono immediatamente figurare come un’opera decorativa, alcuni sono già concepiti come tali, e adocchiano il loro stesso valore. Per la maggior parte saranno protetti da questa museificazione dalla rapida distruzione delle palizzate e dei vecchi muri, nei ghetti la municipalità non protegge l’arte, e la negritudine del supporto è a immagine del ghetto. Tuttavia la loro mortalità non è la stessa di quella dei graffiti che, invece, sono sistematicamente votati alla repressione poliziesca (un tempo era perfino proibito fotografarli). I graffiti sono più offensivi, più radicali – fanno irruzione nella città bianca e, soprattutto, sono transideologici, transartistici. Nasce così un paradosso: mentre i muri di neri e portoricani, anche se non sono firmati, portano sempre virtualmente una firma (una referenza politica o culturale, se non artistica), i graffiti, che non sono tuttavia che dei nomi, sfuggono a qualsiasi referenza, a qualsiasi origine. A differenza della street art murale d’avanguardia e dei graffiti politici comunitari, essi soltanto sono selvaggi, in quanto il loro messaggio è nullo.

Li si interpreta (almeno quando si vuol essere dei veri sognatori) in termini di rivendicazioni d’identità e di libertà personali, di nonconformismo: “Sopravvivenza indistruttibile dell’individuo in un ambiente inumano” (Mitzi Cunliffe nel “New York Times”). Questa è un’interpretazione umanista borghese, che parte dal “nostro” senso di frustrazione nell’anonimato delle grandi città. Ancora Cunliffe: “[i graffiti dicono]: io sono, esisto, sono reale, ho vissuto qui. Ciò dice: “kiki”, o “duke”, o “mik”, o “gino”, è vivo, sta bene e abita a New York”.

Molto bene, ma “ciò” non parla così, è il nostro romanticismo esistenziale borghese che parla così, l’essere unico e incomparabile che è ciascuno di noi, e che è stritolato dalla città. I giovani neri, invece, non hanno una personalità da difendere, difendono innanzitutto una comunità. La loro rivolta ricusa allo stesso tempo l’identità borghese e l’anonimato, “cool coke superstrut snake soda virgin” – bisogna intendere questa litania sovversiva dell’anonimato come l’esplosione simbolica di questi nomi di battaglia nel cuore della metropoli bianca.

Vuoi perché in qualche modo bisogna pur testimoniare, all’interno della propria comunità, i graffiti con il tempo si sono affiancati al rap, alla breakdance e al sapersi muovere dietro le wheels of steel in quella che ora un po’ tutti chiamiamo Hip Hop. Ne è uscito fuori un manifesto, una dichiarazione d’intenti, un programma, un’etica e -prima di tutto questo- la possibilità di uscire dai “blocks” che, diciamocelo, non sono dei posticini carini. Melle Mel forse non s’inventò il conscious rap, ma agli inizi degli anni 80 fu quello che probabilmente prese l’idea e la sposò, che permise la nascita di un intero filone e che ha lasciato un segno indelebile nella storia del genere (Sì, lo so che la canzone è accreditata ai Furious Five, ma indovinate chi è l’unico che rappa?).

Come si fa a non rimanerci sotto e a non dirottare un aereo per la disperazione? Ecco, in “The Message” se lo chiede lo stesso Mel e dipinge lo scenario con delle pennellate rapide ed efficaci: dai cocci di bottiglia alle pisciate sui muri, scarafaggi, ratti, persone stroiate dalle droghe e un desiderio di uscire che rimane, appunto, soltanto un desiderio. L’istruzione, vista da sempre come un modo per evadere, non basta se si nasce in una zona povera e priva di opportunità. Non si può uscire neanche dal quartiere se le fermate dei treni per raggiungere il lavoro, vengono bloccate dagli scioperi e in mano ti rimane proprio un bel cazzo di niente, mentre le responsabilità ti schiacciano. In una vita fatta di alti e bassi, in cui è pericoloso persino andare al parco dopo una certa ora.

L’ultima strofa è, probabilmente, una delle più belle mai scritte:

A child is born with no state of mind
Blind to the ways of mankind
God is smiling on you but he’s frowning too
Because only God knows what you’ll go through
You’ll grow in the ghetto living second-rate
And your eyes will sing a song called deep hate
The places you play and where you stay
Looks like one great big alleyway
You’ll admire all the number-book takers
Thugs, pimps and pushers and the big money-makers
Driving big cars, spending twenties and tens
And you’ll wanna grow up to be just like them, huh
Smugglers, scramblers, burglars, gamblers
Pickpocket peddlers, even panhandlers
You say “I’m cool, huh, I’m no fool”
But then you wind up dropping outta high school
Now you’re unemployed, all null and void
Walking round like you’re Pretty Boy Floyd
Turned stick-up kid, but look what you done did
Got sent up for a eight-year bid
Now your manhood is took and you’re a Maytag
Spend the next two years as a undercover fag
Being used and abused to serve like hell
Til one day, you was found hung dead in the cell
It was plain to see that your life was lost
You was cold and your body swung back and forth
But now your eyes sing the sad, sad song
Of how you lived so fast and died so young so

E in una strofa è stato detto tutto: la storia di chi vive trattato da cittadino di serie B ed è costretto all’arte dell’arrangiarsi, vivendo veloce, morendo giovane.
Una storia che può essere quella di Vinz, un giovane ebreo cresciuto con l’odio per la polizia e che finisce assassinato da questa, aprendo a un nuovo ciclo di violenza. Una storia che può essere quella di Hubert, che disperato vede l’odio che lo circonda e cerca di lasciarlo disperatamente dietro di sé nonostante non abbia neanche i mezzi per farlo, sottrattigli dall’odio stesso. Una storia che può essere quella di Saïd, che tenta solo di sopravvivere a questa spirale di violenza che lo vede testimone. Una storia in cui il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

Conoscere le periferie,
per cambiarle

Riccardo Laterza

  • Nato nel ’92 a Trieste, è laureato allo IUAV di Venezia in Pianificazione Urbanistica e Territoriale. Attualmente vive a Roma, dove ricopre l’incarico di Portavoce della Rete della Conoscenza, sindacato studentesco. È interessato all’intreccio tra le diverse forme di esclusione e alle loro soluzioni, a partire dalla rivendicazione del reddito. Tiene un blog sull’Huffington Post.

Negli ultimi mesi le cronache giornalistiche hanno investito di un’attenzione rinnovata le periferie delle nostre città, trattandole perlopiù come quinte sceniche davanti le quali fenomeni come la gestione dei flussi migratori, i disservizi nei trasporti o nel trattamento dei rifiuti, le infiltrazioni mafiose e molti altri sono stati mescolati e confusi nella grande narrazione del ‘degrado’ contro il ‘decoro’. Da Tor Sapienza a Quinto di Treviso, sono molti i quartieri  sbattuti in prima pagina – in netto contrasto con l’oblio nel quale sono solitamente relegati – a causa di una questione come quella dell’accoglienza dei richiedenti asilo, che nel nostro Pese si è tramutata, più o meno artificialmente, in un’emergenza.

Stando alle descrizioni fornite dai media mainstream che ormai si sono impossessate del senso comune, le periferie sembrano essere proprio il terreno dell’emergenza, mentre chi per primo le vive sa bene che, una volta spente le telecamere e chiusi i taccuini, rimane una realtà forse molto più difficile da analizzare e raccontare, ma anche ben più problematica.

Quello di giornali e tv si rivela semplicemente un modo di raccontare le nostre città che certo può risultare efficace per catturare click o aumentare lo share di qualche punto, ma che ha un’utilità quasi nulla nel capire quali siano gli effettivi problemi che affliggono le periferie e quali possono essere le strade per risolverli.

Una storia di periferia

Periferia, dal greco περὶ φέρεια, significa letteralmente “linea curva che tornando sopra se stessa racchiude uno spazio, forma una figura”, un concetto sostanzialmente autonomo – e abbastanza generico – che tuttavia non corrisponde con il significato che ha via via acquisito il termine in italiano. Solitamente tendiamo a definire la periferia per contrasto rispetto al centro: periferia è ciò che sta fuori, che è marginale, lontano, rispetto ad esso. Il centro viceversa non si definisce tanto in opposizione alla periferia quanto per le sue qualità intrinseche: un insediamento storico, la presenza di edifici pubblici e privati importanti e delle funzioni che essi contengono, l’accessibilità rispetto ai mezzi di trasporto e così via.

Quella della periferia come opposto del centro è evidentemente una definizione efficace e immediata, che allo stesso tempo rivela un dato molto importante: definendo la periferia in ragione del centro tendiamo a guardare tutto dalla prospettiva di quest’ultimo. Almeno secondo questa definizione – stando cioè nei perimetri di questo frame cognitivo – la periferia in sé non esiste, ma soprattutto sembra non poter esistere come oggetto di ricerca autonomo, dotato di una sua dignità al di là della subordinazione al centro in termini di localizzazione, accessibilità, presenza di servizi, qualità del costruito e via dicendo.

Limitandoci geograficamente all’Italia e temporalmente a partire dal secondo Dopoguerra possiamo individuare – con un buon grado di approssimazione – due fasi diverse dello sviluppo delle periferie, legate all’estensione e alla ritrazione (e riarticolazione) dello sviluppo urbano del Paese (per una rassegna più completa, segnaliamo questo link).

La prima fase è quella del boom economico e demografico che si protrae con accenti diversi fino a tutti gli anni ’70 e che è caratterizzata da una grande estensione fisica delle città. Interi quartieri vengono costruiti – spesso pressoché da zero – per soddisfare le esigenze di una popolazione e di un’economia in crescita: al centro di questo processo ci sono da un lato il tentativo di calmierare gli squilibri del libero mercato garantendo un’abitazione alle classi sociali più basse, spesso in stretta connessione, anche fisica, con gli insediamenti industriali nei quali gli stessi abitanti dei quartieri periferici erano impiegati; dall’altro gli interessi sempre più forti dei grandi costruttori. È proprio in questa fase che l’espansione urbana fornisce un contributo determinante alla crescita ipertrofica del settore edile, che con il tempo diventerà strategico per il suo peso specifico all’interno dell’economia del Paese.

Questa crescita esponenziale delle città, e delle periferie, è spesso descritta come uno degli ingredienti principali del cosiddetto ‘Miracolo italiano’: dietro la patina positiva si nascondono tuttavia fenomeni molto diversi tra loro, dall’iniziativa pubblica a quella speculativa privata, fino ai molti casi di abusivismo edilizio su larga scala. L’apice di questa fase di espansione è simbolizzato dalla costruzione in molte città italiane, tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, di grossi agglomerati di edilizia razional­funzionalista: dallo Zen di Palermo al quartiere Corviale a Roma (ma quasi ogni città della Penisola può citare il proprio esempio), che costituiscono anche l’emblema del fallimento delle politiche abitative di quegli anni.

La seconda fase, con differenti tendenze dagli anni ’80 in poi, è caratterizzata da una stabilizzazione demografica e da una serie di crisi economiche, che si possono collocare nel più ampio ambito della transizione dal modello fordista a quello postfordista. Dentro questo processo lo sviluppo urbano assume due tendenze che si susseguono e in parte si intrecciano tra loro: la prima è quella della dispersione urbana, ovvero il trasferimento di residenze, attività produttive, funzioni e servizi fuori dai perimetri consolidati delle città, in un territorio più vasto segnato linearmente dalle direttrici infrastrutturali; la seconda è quella della rifunzionalizzazione di grandi aree della città consolidata, i cosiddetti processi di ‘rigenerazione urbana’ che, definendo in molti casi nuove centralità, ovvero nuove aree sulle quali l’interesse pubblico e – in maniera sempre più pervasiva – quello privato hanno rivolto la loro attenzione, hanno di converso definito altrettante nuove marginalità.

L’esempio più emblematico di dispersione urbana in Italia è quello del Veneto centrale, dove tra i capoluoghi di Vicenza, Padova, Venezia e Treviso i processi di urbanizzazione si sono notevolmente intensificati a partire dagli anni ’80, accompagnando un massiccio trasferimento di popolazione e di attività produttive dai capoluoghi alle campagne. Per quanto riguarda i processi di rifunzionalizzazione, dagli anni ’90 in poi molti di essi sono stati ‘pilotati’ dal programma europeo Urban: un esempio noto è quello del piano Urban di Bari con il recupero del centro storico di Bari Vecchia. Altri processi di rifunzionalizzazione sono stati determinati da grandi lavori di adeguamento infrastrutturale, ad esempio la ristrutturazione della Stazione Tiburtina a Roma.

Scampia, foto per gentile concessione di Daniele Napolitano

Scampia - ph Daniele Napolitano

Fabbrica e Periferia

La lente migliore per leggere le diverse fasi dell’evoluzione delle periferie in Italia è probabilmente quella dell’evoluzione del modello produttivo: con l’industrializzazione fordista del secondo Dopoguerra la città si espande ‘a immagine e somiglianza’ della grande fabbrica, con grandi agglomerazioni e uno sfruttamento intensivo del suolo; con il declino del modello fordista, assieme alla grande fabbrica ‘esplode’ anche la città, con fenomeni di dispersione e di sfruttamento estensivo del suolo e grandi riarticolazioni delle funzioni dentro la città consolidata. Non è stato esclusivamente il legame con la sfera della produzione a mutare le nostre città e lo sviluppo urbano, ma il binomio fabbrica-­città è efficace nel descrivere tali trasformazioni e in particolare l’evoluzione delle periferie. La periferia infatti ha rappresentato, in particolare nel corso dell’affermazione del modello fordista, la naturale prosecuzione spaziale della collocazione sociale della classe operaia, e le lotte per l’estensione del welfare state che hanno trovato nel corso degli anni una lenta e faticosa concretizzazione proprio nei contesti periferici sono, di converso, il segno dello sviluppo di un sistema di controllo sociale delle masse operaie sempre più articolato.

La seconda parte dell’evoluzione delle periferie ci consegna degli elementi d’analisi più complessi e in parte contraddittori: viene di fatto definitivamente sconfessata la marginalità, intesa dal punto di vista meramente spaziale, come metro di classificazione della periferia. La periferia non è semplicemente “lontana dal centro”, e a volte non lo è affatto. L’esplosione della città fordista e l’ascesa della dispersione urbana hanno di fatto dimostrato che ‘tutto è periferia’, che la ridefinizione di centralità molto deboli attorno ad alcune direttrici di trasporto hanno sostanzialmente fatto scomparire il centro così come è stato sempre inteso nel corso della storia delle città italiane (ed europee). La scomparsa e la disarticolazione del centro cittadino come spazio pubblico predominante ha inoltre cambiato profondamente i connotati del conflitto sociale, facendolo riemergere in forme più carsiche ma più dirompenti anzitutto perché più inedite. La riarticolazione delle funzioni dentro la città consolidata, spinta sempre più anche da un insieme di interessi privati, ha dimostrato che la nascita di nuove centralità o il deciso rafforzamento di quelle vecchie determina il sorgere di nuove marginalità, a volte per nulla distanti dalle centralità stesse: pensiamo all’uso dello spazio pubblico, in particolare da parte dei migranti, nei pressi immediati delle stazioni, o le speculazioni sui prezzi degli affitti, spesso in nero, in molte zone universitarie.

Insomma, pare che le evoluzioni più recenti dello sviluppo urbano in Italia abbiano tolto di mezzo anche quelle poche certezze che potevamo desumere fin qui. Eppure, sgomberare il campo può essere utile ad allontanarsi definitivamente dall’idea che la marginalità spaziale sia un criterio sufficiente per definire le periferie, e per abbracciare come strumento di ricerca la marginalità sociale nelle sue varie declinazioni.

Scampia, foto per gentile concessione di Daniele Napolitano

Scampia - ph Daniele Napolitano

Mercato e Stato, un duplice fallimento

Quando sentiamo la parola periferia solitamente tendiamo a collegarla ad accezioni negative, dal degrado all’assenza di servizi, dai problemi di integrazione alla mancanza di sicurezza. Si tratta di un collegamento molto spesso legittimo, che rappresenta il fallimento di questo modello di sviluppo della città. Ma, più esattamente, stiamo parlando del fallimento da parte di chi? Si tratta di un fallimento duplice, che riguarda in diverse accezioni tanto il libero mercato quanto lo Stato. Alla base del primo fallimento c’è una semplice assunzione: il libero mercato non è strutturalmente in grado di garantire un alloggio dignitoso e una qualità urbana accettabile a tutti, e peraltro non è nemmeno interessato a farlo. Non si tratta di un problema di scarsità in senso stretto: pensiamo soltanto al fatto che in Europa vi sono 11 milioni di case vuote a fronte di 4,1 milioni di senzatetto. Questo dato, che esemplifica in maniera drammatica il fallimento del mercato, rappresenta esclusivamente la punta dell’iceberg di una generale incapacità di garantire uno sviluppo urbano equilibrato, sostenibile e soprattutto socialmente equo.

A fronte di questo fallimento ne subentra un secondo: quello dello Stato come calmieratore degli squilibri del mercato, come regolatore di ultima istanza del modello capitalista, come garante di quel compromesso capitale/­lavoro che ha generato le proprie conseguenze anche sullo sviluppo urbano e del quale oggi assistiamo a una profondissima ristrutturazione. Se negli anni che sono stati espansivi anche dal punto di vista della conflittualità sociale si sono prodotti diversi avanzamenti nel campo del welfare, del diritto all’abitare e via dicendo, questi sono stati in larghissima parte spazzati via dal processo di ristrutturazione che, apertosi dagli anni ’80, continua ancora oggi nell’ambito delle misure di austerità e in particolare della riduzione drastica della capacità di spesa degli Enti Locali.

Questo fallimento tuttavia non si limita all’incapacità di conservare quel compromesso, rafforzarlo o estenderlo: anche negli anni più importanti dal punto di vista della conquista dei diritti nell’ambito della questione urbana e non, il ruolo dello Stato era già caratterizzato da limiti macroscopici, tanto rispetto al modello cognitivo e decisionale da applicare nella progettazione urbana, quanto rispetto al ruolo del pianificatore e in generale del progettista dentro quel modello.

Possiamo in sostanza affermare che dentro il compromesso capitale/­lavoro non si è sviluppato soltanto un preciso ambito di competenza dello Stato – l’edilizia pubblica popolare, la fornitura dei servizi etc. – ma anche un peculiare modello di approccio cognitivo ai problemi (di fatto quello razionalista e procedurale) e un modello dall’alto verso il basso di definizione ed esecuzione dei progetti, modelli nei quali il ruolo dell’urbanista è quello del tecnico preposto a dare esecuzione a scelte politiche prese nell’ambito della democrazia rappresentativa liberale.

L’estrema attenzione al disegno, dunque all’esito progettuale per giunta limitato ai suoi aspetti formali, ha prodotto in diverse occasioni delle situazioni paradossali: ad esempio, in molti dei casi citati sopra come esempi dell’architettura razional­funzionalista applicata all’edilizia popolare, l’attivazione dei servizi, l’attrezzatura degli spazi pubblici, l’insediamento delle funzioni diverse da quelle residenziali sono arrivati dopo anni, se non addirittura decenni, dall’arrivo dei primi residenti.

Il fallimento dello Stato è dunque ben più ampio dell’incapacità di dare seguito al compromesso capitale­/lavoro, ma riguarda proprio la definizione di quel compromesso come dispositivo – secondo la definizione foucaultiana del termine – che ha orientato un’intera strategia di sviluppo urbano.

Per tornare al problema della ridefinizione del concetto di periferia, potremmo affermare che periferia è lì dove i fallimenti del mercato e quelli dello Stato si incontrano: ritorna il paradigma della lontananza, applicato però alla distanza dalla risoluzione effettiva dei problemi, una distanza massima nel caso delle periferie. Le periferie continuano ancora oggi ad essere l’emblema del fallimento di quel ‘sogno urbano’ che anche nel nostro Paese aveva spinto milioni di persone a emigrare in cerca di una vita migliore. Se, come si suol dire, l’aria della città rende liberi, ciò che noi possiamo intendere come periferia si colloca al di fuori di questo perimetro, a prescindere dall’effettiva collocazione spaziale. Le periferie sono oggi anzitutto i luoghi dei senza potere, per cui la prima preoccupazione di chi vuole provare a cambiare questa condizione dovrebbe essere quella di come restituire la capacità di decidere del proprio territorio e della propria condizione a chi oggi non la ha più.

Periferie e resilienza

Privilegiare la dimensione sociale rispetto alla dimensione fisica nella definizione di cos’è periferia oggi non significa semplicemente recepire una tendenza storica, quella della fine dell’espansione della città occidentale per come l’abbiamo conosciuta nel corso del XX secolo. Si tratta più che altro di riconoscere come strategica la categoria multidisciplinare della resilienza. Resilienza è un termine che proviene dall’ambito ingegneristico e che rappresenta la capacità di un corpo di tornare ad uno stato di equilibrio a seguito di un evento stressante, ad esempio la capacità di assorbire una deformazione elastica. Il termine in seguito si è esteso al campo della psicologia, e poi ad altre discipline. In latino, il verbo resalio indicava il gesto del risalire sulla chiglia di un’imbarcazione dopo che essa era stata rovesciata dalla forza del mare.

Costruire società resilienti significa fare i conti con un termine polisemico, anche se molto spesso in ambito urbanistico è collegato esclusivamente alla dimensione ambientale: in questo campo, la resilienza di un insediamento è legata alla capacità di reagire e riorganizzarsi a seguito di turbamenti climatici o ambientali di ampia portata, ad esempio frane o inondazioni, quindi attiene all’aumento dalla superficie permeabile o al rispetto delle caratteristiche idrologiche del territorio.

In una dimensione sociale e culturale, invece, la resilienza allude alla capacità delle comunità locali di definire reti di solidarietà e inclusione capaci di affrontare, riconfigurandosi in maniera creativa, le fasi di stress (crisi economica, mutazioni nella composizione della popolazione insediata, usi conflittuali dello spazio etc.). Riprendendo la definizione di territorio come uso che se ne fa – sulla quale torneremo successivamente – l’idea dovrebbe essere quella di restituire agli abitanti la capacità di ridefinire collettivamente e in maniera continua l’uso degli spazi, rafforzandone le capacità di autorganizzazione e di scambio di competenze, conoscenze, tempo a disposizione: gli esempi delle banche del tempo, dei gruppi di acquisto solidale, dell’associazionismo culturale e ricreativo, sono molto significativi da questo punto di vista.

Rispetto alla resilienza culturale, risulta interessante capire come tradizioni, usi e memorie locali possono essere un materiale utile per operare processi differenti da quelli delle chiusure localistiche tipiche del contrasto all’insediamento di nuove popolazioni, diverse per etnia e cultura, come quelle dei migranti. In questo caso lo scarto tra resistenza e resilienza è evidente: se l’ambito della resistenza allude a una dimensione puramente contrappositiva – e a un bagaglio retorico che è quello della ‘difesa dall’attacco esterno’, al quale attingono continuamente movimenti e partiti razzisti e xenofobi – l’ambito della resilienza indica invece la possibilità di uscire dal binomio annullamento/difesa dell’identità locale, per concepire la base culturale locale come punto di partenza per il confronto e la contaminazione tra differenze.

Scampia, foto per gentile concessione di Daniele Napolitano

Scampia - ph Daniele Napolitano

Conoscere le periferie, per cambiarle

Abbiamo già appurato come non esista – forse in realtà non sia mai esistita – la Periferia con la p maiuscola, intesa come modello assoluto di configurazione spaziale e sociale, come modalità peculiare di insediamento delle classi subalterne nell’area urbana: si tratta di un miraggio che appartiene ad un’altra epoca e che è stato definitivamente sconfessato dalla fine del protagonismo del pubblico nell’edilizia popolare, dall’esplosione del fenomeno della dispersione, dai massicci fenomeni di riconfigurazione della città consolidata. Siamo così dentro un apparente paradosso: una domanda crescente di conoscenza e di maggiore consapevolezza dei differenti problemi che attraversano questi contesti urbani si scontra con l’incapacità di definire modelli di lettura validi in termini assoluti. Possiamo tuttavia provare a fare ordine e a indicare alcune direzioni di ricerca che possono essere utili per conoscere le periferie.

La prima suggestione è quella di provare a non leggere i fenomeni che attraversano le periferie osservandoli dal centro, da un punto di vista che presuppone in sé subordinazione e marginalità rispetto ad un altrove. Questo sforzo indica la necessità di raccontare la ‘storia’ delle periferie in modo diverso, ovvero di costruire nuove metafore generative, secondo la definizione di Schön. “Ogni storia costruisce la propria visione della realtà sociale attraverso un processo complementare di naming (denominazione) e framing (configurazione). Le questioni sono selezionate accuratamente e nominate in una modalità tale da corrispondere alla cornice costruita per l’occasione. Insieme, questi due processi costruiscono il problema a partire dalla realtà vaga e indeterminata che John Dewey chiama la ‘situazione problematica’”. In sostanza, Schön afferma che le situazioni problematiche non sono realtà date, ma dipendono, in particolare nella capacità successiva di individuare soluzioni ai problemi stessi, dalla modalità con la quale sono conosciuti e descritti. “Non chiedere: ‘Qual è il problema?’. Chiedi ‘Qual è la storia?’. Solo così scoprirai qual è davvero il problema”, sottolinea John Forester.

Rispetto al nostro caso, dunque, non trattare le periferie ‘come periferie’ non significa, ovviamente applicare le stesse letture e le stesse soluzioni che si individuano per i centri storici, come ci insegnano molti fenomeni di gentrification – aumento dei valori immobiliari ed espulsione progressiva delle popolazioni storicamente insediate in determinate aree per fare spazio ad abitanti più facoltosi e alle loro attività e servizi – legati alla riqualificazione fisica ed economica di alcune aree urbane, in particolare nei Paesi anglosassoni. Significa invece che, lungi dal dover essere negati o sminuiti, i problemi che incontriamo in periferia possono essere letti in maniera radicalmente diversa dalla semplice marginalità, lontananza o subordinazione rispetto al centro, il che significa innanzitutto fare un lavoro di indagine accurata all’ombra di grandi definizioni come quelle della ‘città delle reti’ o della ‘città postfordista’ – come proposto di recente anche dalla sociologa Saskia Sassen-, letture che spesso si concentrano sulle dinamiche che si sviluppano nei centri delle grandi città finanziarie, relegando i fenomeni ‘di periferia’ in una dimensione quasi meccanica di crescente marginalità. Semplificando, le risorse per la risoluzione dei problemi che affliggono le periferie si trovano in qualche modo già dentro le periferie stesse, e il modo di raccontare questi problemi, che muta radicalmente se prodotto a partire da fuori o da dentro le stesse periferie, è la prima grande risorsa per risolverli.

La seconda suggestione, strettamente legata alla prima, è che per costruire queste nuove storie è necessario che il punto di osservazione sia il più possibile interno a luoghi e fenomeni che si vogliono indagare. Le letture dal centro sono inefficaci nella risoluzione dei problemi soprattutto perché sono operate da fuori, dall’esterno dell’oggetto dell’indagine. Per questo motivo la partecipazione della cittadinanza ai processi decisionali è innanzitutto un processo di apprendimento collettivo. Non è affatto una semplice tecnica procedurale, e proprio per questo motivo non può essere relegata esclusivamente a un uso preliminare o di ultima istanza, o semplicemente per la risoluzione dei conflitti più difficili e aspri, né essere sfoderata come abbellimento di progetti preconfezionati in contesti dove la conflittualità è più attenuata. Nessuno conosce meglio un quartiere di chi ci abita o lo vive nelle più diverse modalità (ci si sposta, ci lavora, ci studia, ci gioca etc.). La conoscenza diffusa e collettiva, i cosiddetti saperi locali, sono una risorsa non sostituibile, e non si acquisiscono da nessuna parte se non nell’interazione quotidiana sul territorio: il che non significa che sono un prodotto casuale dell’interazione, ma piuttosto che possono essere un prodotto eventuale dei processi di partecipazione. Spesso le istituzioni vedono le mobilitazioni locali come un’inutile deviazione, un ostacolo o addirittura un nemico da fronteggiare: si tratta viceversa di una risorsa, difficilmente estraibile ma altrettanto preziosa. La vera sfida è far emergere questi saperi nei contesti più difficili, quelli dove il capitale sociale o la disponibilità alla cooperazione appaiono più deboli, che sono poi quei contesti dove questa risorsa è estremamente determinante nella risoluzione dei problemi. Spesso siamo portati a pensare che questa scarsa disponibilità alla cooperazione derivi da una forma accentuata di familismo amorale: molto più spesso, come nota Marianella Sclavi in “Avventure Urbane, Progettare le città con gli abitanti (Eleuthera 2006)”, si tratta di “carenza di linguaggi e modalità organizzative e decisionali adeguati a rendere operativa e quindi efficace la comunicazione sugli ambienti, beni e diritti comuni”.

Terza suggestione: una rilettura radicale delle questioni di periferia non può che passare da una definizione decisamente utilitaristica del territorio, nell’accezione positiva del termine. Utilizzando infatti una definizione elaborata da Pier Luigi Crosta, “il territorio è l’uso che se ne fa”. Dunque il territorio non è un elemento statico e dato ma è il frutto dell’interazione di diversi attori, e in termini collettivi di diverse popolazioni, ovvero di gruppi più o meno omogenei che fanno usi diversi e quindi hanno visioni diverse dello stesso territorio. È collocandosi dal punto di vista di questi attori collettivi che si possono comprendere in maniera più chiara le dinamiche che attraversano un determinato territorio. Lì dove c’è uso dello spazio, e soprattutto lì dove gli usi dello spazio sono diversi tra loro, c’è interazione sociale: si tratta di un’ottima risposta a chi, con una visione dal centro, analizza le periferie come una tabula rasa dal punto di vista dell’interazione sociale, avendo in mente il modello canonico di relazioni sociali dei centri cittadini.

Questa suggestione diventa particolarmente potente se applicata a diversi casi concreti di convivenza tra popolazioni diverse: ‘autoctoni’ e migranti; vecchi e giovani; residenti e utenti di un centro commerciale; e così via. Pensiamo ad esempio all’uso radicalmente diverso dello spazio pubblico – delle panchine in una piazza, o degli spazi comuni in un condominio – effettuato da molte comunità straniere e dalla popolazione autoctona, usi che riflettono culture e modi di vita diversi e che, a volte, confliggono in un determinato spazio. La questione diventa particolarmente interessante quando questi usi diversi che si concentrano nello stesso spazio devono fare i conti con un’altra dinamica, spesso frutto di quel fallimento dello Stato esemplificato dai grandi progetti di edilizia popolare degli anni ’70: nelle nostre periferie convivono usi senza spazi e spazi senza usi. Una delle grandi sfide contemporanee della pianificazione consiste nel fare i conti con ciò che è già stato costruito e provare a renderlo compatibile con le esigenze e le aspirazioni delle diverse popolazioni. Locali commerciali sfitti che possono essere messi a disposizione della popolazione per usi ricreativi o di aggregazione; spazi comuni che possono essere ripensati come luoghi di interazione tra culture e tradizioni differenti; aree verdi abbandonate che possono essere curate dagli stessi abitanti per realizzare orti urbani; e così via. Si tratta di processi trasformativi che coinvolgono in maniera più diretta le pratiche di uso del territorio piuttosto che la progettazione fisica in senso stretto.

La quarta e ultima suggestione parte proprio dal riconoscimento del territorio come produzione sociale e dal fatto che questa produzione sociale è spesso conflittuale. Questa considerazione è utile per inquadrare il ruolo dei tecnici che a vario titolo sono chiamati a intervenire su un determinato territorio, e in particolare il ruolo dei pianificatori territoriali, come un ruolo ‘di parte’, fuori da una dimensione meramente tecnica. La pianificazione può essere dunque considerata come un processo sociale, di relazione conflittuale tra interessi a volte contrapposti, nel quale il pianificatore assume un ruolo attivo, di riconoscimento delle differenze; sono necessari infatti strumenti di pianificazione forti per riconoscere e difendere il valore delle pratiche deliberative, spesso non istituzionali, diffuse nel tempo e nello spazio. In sostanza, la prospettiva può essere esemplificata nel restituire potere a chi non l’ha più, e nell’agevolare la (ri)costruzione della società, cioè di una rete in grado di trattenere localmente potere, nei contesti nei quali, in particolare negli ultimi anni, è stato negato ogni spazio – fisico e non – a questo processo di (ri)costruzione. Quando Margareth Thatcher affermava che “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie”, stava in realtà rivelando un programma politico chiaro che in larga parte si è drammaticamente avverato. Lavorare in direzione opposta a questo programma politico a partire dalle periferie significa concepire la pianificazione dentro – non contro, né sopra – quello sviluppo continuo di relazioni di potere, in uno spazio per nulla asettico e indifferente. Si tratta, dunque, di riconoscere che proprio nel territorio, proprio in quell’intreccio di conflitti, tensioni, gerarchie, riconoscimenti, reti, aggregazioni e simboli, un intreccio apparentemente illeggibile e intrattabile, proprio lì si cela il potenziale necessario per trasformare l’esistente.

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